Charles Bukowski, lo scrittore che non vorresti incontrare

Idealizzare gli scrittori è una grande tentazione. Li immaginiamo come saggi che vedono al di là del velo di maya, cogliendo significati profondi sotto la superficie del reale. Come se la capacità di rappresentare il mondo e le emozioni umane con tale bellezza non possa che appartenere a uomini eccezionali. Se poi abbiamo la “sfortuna” di incontrare uno di loro, rischiamo di realizzare che sono uomini…normali, con debolezze e fragilità, che commettono errori e che, magari, seguono un discutibile codice morale.
Charles Bukowski, non aveva alcuna intenzione di farsi mettere sul piedistallo dai suoi lettori. Scriveva per necessità: la scrittura era l’unico antidoto ad una vita di eccessi, nonché una delle poche attività che gli portasse profonda soddisfazione, oltre al sesso e alle corse dei cavalli. Non sperava di ottenere fama e riconoscimenti, solo un minimo introito per pagare le bollette, così da non tornare ai lavori logoranti che aveva svolto per tutta la vita: camionista, postino, magazziniere.


Ma chi era Charles Bukowsi?


I suoi libri sono generosamente autobiografici: le sue esperienze e la sua sensibilità sono immortalate nero su bianco. Charles nasce in California da emigrati tedeschi e, poichè l’arte nasce spesso dal dolore,  vive un’infanzia drammatica. Il padre è un uomo violento e prevaricatore che spesso picchia il figlio con cinghie di cuoio, la madre è “la sua assistente”. L’intera adolescenza di Charles trascorre nella speranza di sottrarsi dal giogo paterno e finalmente ci riesce quando, terminate le scuole superiori, comincia a girovagare per gli Stati Uniti tra un lavoro saltuario e l’altro. Nonostante il precoce talento per la scrittura, non andrà mai al college. “Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore.”Anni dopo, quando è ormai uno scrittore affermato e giornalisti europei attraversano mezzo mondo per intervistarlo, gli verrà spesso domandato: “Da dove prendi la tua ispirazione?”, domanda a cui Charles risponde indicando la bottiglia di birra che tiene costantemente in mano, mentre regge una sigaretta con l’altra. L’alcol è forse la prima cosa che viene in mente quando si pensa a Bukowski: le memorabili notti di baldorie, passate a bere e fumare in compagnia della donna di turno, sono sempre presenti nei suoi romanzi e nelle sue poesie.Il secondo grande vizio di Bukowski, anche questo ampiamente documentato, sono le corse dei cavalli. Per qualche anno ne fa una professione, sbarcando il lunario come scommettore professionista, ma per lo più è fonte di ispirazione di poesie e romanzi: all’ippodromo Charles non osserva solo i cavalli ma gli uomini, ricchi e poveri che mettono in mostra i più profondi istinti e desideri. “Se insegnassi scrittura creativa consiglierei ai miei studenti di andare all’ippodromo una volta a settimana. Un giorno alle corse può insegnarti più di quattro anni all’università”. L’amore per i corse e per il brivido della scommessa lo accompagna fino agli ultimi anni, come è evidente da una delle sue citazioni più famose: “seppellitemi vicino all’ippodromo così che possa sentire l’ebbrezza della volata finale”.
Se però ricordassimo Bukowski solo come un alcolista, misantropo e dipendente dalle scommesse, gli faremmo un grave torto. Dietro la posa del burbero ubriacone, si celava un uomo fragile, in cerca di consolazione da una vita difficile e che, in fondo, aveva qualche motivo per diffidare dei suoi simili. Un uomo che aveva vissuto sulla propria pelle le sofferenze della classe lavoratrice americana ed aveva il talento e la passione necessarie per renderle letteratura.


Post Office


“Post Office” è il primo romanzo di Bukowsi, ed il resoconto di una delle esperienze che segnano la vita del “vecchio Buk”: dodici anni trascorsi come dipendente delle poste. Un lavoro che si promette comodo e sicuro, per poi rivelarsi massacrante come tutti gli altri. Orari irragionevoli, supervisori sadici e gesti identici ripetuti infinite volte, fino alla totale alienazione. “Post Office” raccoglie le avventure quotidiane del suo alter-ego letterario, Hank Chinaski: alcolista, donnaiolo, postino e scommettitore. Hank trascorre le notti a bere e fare sesso per poi recarsi al lavoro puntualmente alle sei del mattino e sottostare alle vessazioni dei superiori che pretendono orari impossibili, delle vecchiette che lo rimproverano per la posta non ricevuta, dei cani che sorvegliano le cassette delle lettere a suon di latrati. Il tutto raccontato con uno stile unico che renderà Bukowski il padrino di un genere letterario, “dirty realism” o “realismo sporco”,  il cui nome è già un programma. Un realismo distaccato con cui vengono descritti gli aspetti più crudi e prosaici della realtà. Contraddistinto da massima economia di parole e da una generosa dose di ironia. Nessuno spazio per emozioni e pensieri dei personaggi, le azioni ed i contesti parlano da soli e raccontano la drammatica storia della classe lavoratrice americana.


Molto più intime e sofferte sono le centinaia di poesie che Bukowski scrive durante le notti alcoliche. Ognuna di esse è un racconto, uno squarcio di vita dello scrittore: la sfuriata di una donna, un ricordo d’infanzia, un pomeriggio di compere con la moglie, un incontro di box in TV. Il distacco emotivo della prosa si ammorbidisce per far emergere una sensibilità profonda ed un vissuto sofferto.  Una delle poesie più famose è quella che racchiude la sua idea della scrittura, come istinto irrefrenabile e autentica rappresentazione della vita ed il suo disprezzo verso tutto ciò che è pretenzioso ed edulcorato, solo per scadere nella banalità.


Forse non avrei voluto incontrare Charles Bukowsi. Probabilmente  il suo atteggiamento brusco e sprezzante delle convenzioni mi avrebbe messa a disagio. Si dice che abbia fatto scappare un’ammiratrice che si era presentata nel suo appartamento per conoscerlo perché l’aveva trovata “troppo borghese”. Mi accontento di incontrarlo attraverso le sue parole che, sebbene crude e dirette, restano bellissime perché indubbiamente autentiche e meravigliosamente sopra le righe.