Follia di Patrick McGrath, un’Anna Karenina moderna

Siamo nell’estate del 1959 e Max è appena stato assunto come psichiatra in un manicomio vicino Londra, dove si trasferisce con la famiglia. Il rapporto con la moglie Stella si fonda sull’abitudine e il senso del dovere: lei cura la casa e il figlio, si assicura che il marito trovi un piatto caldo la sera; lui si dedica alla carriera. Una relazione erosa nelle fondamenta e destinata a crollare in pezzi quando Edgar Stark, tenebroso paziente della clinica, le rivolge inequivocabili attenzioni sessuali. Stella prova invano a ignorare l’attrazione nei confronti dell’uomo, per poi abbandonarsi febbrilmente tra le sue braccia. Non si lascia dissuadere nemmeno quando Peter Cleave, collega del marito, le fa sapere che Edgar si è macchiato di un brutale uxoricidio. Stella è ormai in uno stato al confine tra lucidità e follia che la porterà a compiere gesti inimmaginabili, sotto gli occhi volutamente ciechi del marito.

Sebbene il narratore sia Peter Cleave, amico e collega di Max, Stella è il vero fulcro del romanzo. È la sua interiorità a essere oggetto di interesse, mentre la psicologia degli altri personaggi sembra accessoria, perfino quella del conturbante e mortifero Edgar. L’incontro con l’amante porta Stella a un confronto violento con la realtà del suo matrimonio e la spinge a cercare una nuova libertà e autenticità. Se di atto volontario si può parlare. Stella ripete con insistenza di non aver mai avuto la possibilità di scegliere, come se, da essere umano dotato di libero arbitrio, si fosse trasformata in un corpo inerte in caduta libera. La forza che la attrae verso il basso è un romanticismo malato che la porta a inseguire una realtà ideale e totalmente irrazionale.

“Aveva perso il controllo. Non si controlla un innamoramento, mi disse, non è possibile. E la divertiva che fosse potuto accadere in questo modo, con quest’uomo. Un paziente. Un paziente che lavorava nell’orto. Stella, le dissi, non potevi fare una scelta più scriteriata. La verità, mi rispose, è che non ho scelto affatto.”

Stella è un personaggio pirandelliano: inizialmente cerca di tirare la “corda civile”, quella che la porterebbe a sopprimere l’attrazione per Edgar per mantenere i ruoli di moglie e madre; una pulsione irresistibile la porta poi a tirare la “corda pazza”, sovvertendo la vita che ha condotto fino a quel momento. Stella trova così la lucidità del folle: non è più in grado di tollerare la pantomima della sua esistenza e deve agire. Ricorda due antenate letterarie, Madame Bovary e Anna Karenina, entrambe colte da una totale insofferenza verso i rispettivi consorti quando conoscono una nuova realtà, fuori dal matrimonio, che palesa il vuoto delle loro esistenze. Come Aleksej Karenin, anche Max dimostra l’empatia di un entomologo nei confronti della moglie e, nel disperato tentativo di tenerla al suo fianco, contribuisce alla sua rovina.

“Stella aveva le sue buone ragioni per evitarlo, ma si chiedeva perché Max diffidasse tanto di lei. Il perché, in realtà, era evidente: Max aveva paura che le voci fossero vere. Un’eventualità a cui Max ovviamente non poteva neppure pensare, perché avrebbe significato accettare la responsabilità del fallimento del loro matrimonio.”

Tutti i personaggi del romanzo, in realtà, sono miopi di fronte alle esigenze dell’altro. Perseguono il proprio desiderio o interesse, indifferenti alle conseguenze delle loro scelte. Stella insegue la passione, Max il potere, Peter il controllo. Ognuno di essi contribuisce al tragico finale.

Patrick McGrath è figlio di uno psichiatra e crebbe in un “asylum” – titolo originale del romanzo, “manicomio” in inglese – raccogliendo il materiale che servirà a costruire i personaggi dei suoi romanzi: ognuno di essi con una personalità torbida che esprime, più o meno velatamente, un disturbo psichico. A questo si aggiunge la straordinaria abilità di tenere il lettore incollato alle pagine, mantenendo la suspense per tutto il romanzo pur senza colpi di scena eclatanti, ma facendo leva sull’inconfessabile attrazione per il macabro e il morboso che si cela in ognuno di noi.

Lessico famigliare – Natalia Ginzburg

Tra un memoir e una biografia

“Lessico famigliare” – nella forma meno usata, con la g in mezzo – è un titolo che ricorre spesso quando si parla di letteratura italiana del ‘900. Da un punto di vista letterario e stilistico, Natalia Ginzburg compie un’operazione inedita: scrive un romanzo che non si può definire nè raccolta di memorie, nè autobiografia. “Luoghi, fatti e persone sono, in questo libro, reali“, scrive l’autrice nell’introduzione, Il racconto tuttavia non ha il rigore storico e cronologico delle memorie: gli avvenimenti si mescolano sulla linea temporale, sono filtrati dalla prospettiva dell’autrice e plasmati dal suo ricordo. Non si può nemmeno considerare un’autobiografia perchè la narratrice, Natalia, è presente solo marginalmente, come se non avesse mai avuto la tentazione degli autori di raccontarsi, mettendo nero su bianco il proprio vissuto e le proprie opinioni. A chiarire la questione arriva proprio l’autrice, sempre nell’introduzione: “Benchè tratto dalla realtà, penso che si debba leggerlo come se fosse un romanzo: e cioè senza chiedergli nulla di più nè di meno, di quello che un romanzo può dare“.

Vi presento i Levi

Protagonista del racconto è la famiglia Levi: i suoi componenti vengono rappresentati con vignette divertenti e descrizioni tra il serio e il faceto, ognuno di essi unico e riconoscibile per le espressioni e i modi di dire ripetuti talmente spesso da essere diventati un marchio di fabbrica. Il padre è un personaggio burbero e autoritario, ma profondamente affezionato ai propri figli. Non fa che utilizzare le espressioni “sbrodeghezzo” e “sempiaggine” per indicare i comportamenti sciocchi da cui si sente circondato. La madre, donna gaia e ottimista, intrattiene i figli con i racconti della sua famiglia, popolando la loro immaginazione di personaggi come “lo zio che chiamavamo il Barbisòn”, il quale aveva un naso talmente rosso da essere diventato un modo di dire “rosso come il Barbisòn”; o le tre zie chiamate “le beate” perchè molto devote. Per completare la rappresentazione intimistica e affettuosa dei suo genitori, Natalia racconta piccole abitudini come quella della madre di gettarsi sotto la doccia gelida appena alzata, con acuti gridolini di freddo e piacere, o quella del padre di mangiare lo yogurt fatto in casa, da lui chiamato “il mezzorado”. I fratelli, invece, vengono ricordati per le barzellette, i giochi di parole e le citazioni letterarie, come la sorella Paola innamorata di Proust.

L’essenza del legame familiare

Natalia Ginzburg sembra voler cogliere l’essenza di quell’entità così comune eppure inafferrabile che è la famiglia, individuandola nella rete di aneddoti, espressioni, modi di dire che lega i suoi componenti al ricordo di un passato comune.

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!” 

L’elite politica e culturale del ‘900

Lascia poi sbalorditi la quantità di personaggi chiave nel panorama politico, imprenditoriale e culturale dell’Italia del 900′, che ruota intorno alla famiglia Levi. Filippo Turati si nasconde più volte presso di loro sotto falsa identità – “vecchio, grande come un orso e con la barba grigia” , come ricordano gli occhi di bambina dell’autrice; Adriano Olivetti, diventato consuocero dei Levi dopo il matrimonio dei figli viene ricordato come un uomo distinto e altruista, pronto a dare un passaggio sulla sua macchina fiammante a un vecchietto incontrato per strada; il fisico Franco Rasetti, amico di famiglia con cui il padre Giuseppe condivideva la passione per la montagna. Nella seconda parte, quando Natalia è ormai una giovane adulta, fanno il loro ingresso le personalità che ruotano intorno ad una neonata ma promettente casa editrice: Luigi Einaudi, menzionato solo come “l’editore”, dal carattere timido che era riuscito a sfruttare a proprio vantaggio facendo passare i suoi silenzi per altere riflessioni; Cesare Pavese, uomo che non era “innamorato della vita”, impegnato in una lotta continua per scacciare la malinconia che lo attanagliava e lo porterà al suicidio.

“Lessico famigliare” è dunque un romanzo fresco e privo di sentimentalismi, scritto con uno stile semplice e fiabesco nella prima parte che si arricchisce di profondità psicologica nella seconda parte, con la maturazione della narratrice. A fine lettura, avremo la sensazione di essere davvero entrati in casa della famiglia Levi, ci sembrerà di sentire la voce tuonante di Giuseppe Levi e quella musicale di Lidia Tanzi. Infine, ci verrà voglia di immortalare il lessico della nostra famiglia, nel suo timbro unico e irripetibile.

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza

L'arte della gioia, goliarda sapienza

Una donna artefice del proprio destino

L’arte della gioia è qualcosa di più di un libro bello: è un libro memorabile. Narra la lunga, avvincente vita di Modesta, da bambina curiosa a donna energica e spregiudicata, in netta antitesi con il suo nome. Modesta nasce il primo gennaio del 1900 nei pressi di Catania, in una casupola fatiscente e maleodorante, figlia di una povera cucitrice e di un padre ignoto. Il suo destino sembra segnato. Il destino, però, come dirà Modesta “te lo puoi maneggiare come vuoi, se valente sei!”. La ragazzina sfrutta a proprio vantaggio gli avvenimenti e le persone che incontra sul proprio cammino per uscire dall’iniziale condizione di svantaggio e conquistare la libertà di vivere ai propri termini. Dopo che un incendio ha distrutto la casa materna, Modesta viene accolta in un convento ed entra nelle grazie di madre Leonora, la quale le promette una ricca dote se sceglierà di diventare novizia. La brama di vita di Modesta, tuttavia, è così forte che la giovane è disposta a tutto pur di liberarsi dalle costrizioni fisiche e mentali del convento. Alla morte di madre Leonora, viene accolta dalla nobile famiglia catanese della suora, che riesce ad ammaliare in pochi anni fino ad ottenere il titolo nobiliare di principessa. Protetta dalla posizione di potere, Modesta costruisce intorno a sè una nutrita famiglia, o meglio, una comunità di pari, in cui la libera espressione di sè stessi costituisce l’unica regola.

La storia della sua vita abbraccia tutto il secolo breve, raccontando il fascismo e il socialismo dalla prospettiva ovattata di una Sicilia isolata, lontana dai grandi disordini del “continente” e, apparentemente, sicura. Le onde d’urto della storia, tuttavia, si abbattono anche sulla protagonista che vede i suoi figli partire soldati e viene incarcerata per aver collaborato con i socialisti. Nonostante ciò, Modesta si reinventa ogni volta, senza perdere tempo nell’autocommiserazione, ma raccogliendo a piene mani tutto ciò che la vita può offrirle.

“- E’ cattiva quella donna, mamma. Ha detto che sei una puttana.
-E allora? Si vede che per lei una donna normale è una puttana. Certo, qualche amore e qualche amorazzo l’ho avuto…”
-Ma non potevi chiedere l’annullamento e risposarti mamma? Non è che l’hai fatto per noi di non risposarti?
-Ah, Jacopo mio, non finirà mai questo fascismo dentro di noi! Anche in Russia il “libero amore” ha fatto dietro front e sono tornati al matrimonio. Non l’ho fatto per voi, l’ho fatto per me, capirai, mettersi in casa un padrone!
-Ma avrai incontrato uomini diversi!
-Nessuno, per ora nessuno. Forse voi, le nuove generazioni…il matrimonio, Jacopo, è un contratto assurdo che umilia l’uomo e la donna insieme. Per me se si incontra un uomo che ci piace lo si ama fino a quando…beh finchè dura…E poi ci si lascia, se possibile, da buoni amici.”

L'arte della gioia, goliarda sapienza

Modesta, sia “carusu” che “maredda”

La voglia di vivere di Modesta ha in sè la forza di mille cuori e travalica l’energia di un singolo essere umano. Goliarda Sapienza dichiarò che non si trattava del suo alter ego letterario ma di un personaggio inventato che racchiude in sè tutte le donne straordinarie incontrate dalla scrittrice sul suo cammino e da lei, platonicamente, amate. In Modesta si ritrova la formazione giovanile di Sapienza: cresciuta in una famiglia di anarchici che, come racconta in un’intervista, “mi hanno tolto Dio ma mi hanno dato l’arte, la musica e il teatro”. Le idee di Modesta sono tutt’ora rivoluzionarie: la provocatrice voglia di autenticità, il rifiuto di ogni ideologia o dogma, la totale indifferenza nei confronti dei ruoli imposti dalla società, la libertà di vivere la propria sessualità. Modesta ama appassionatamente, senza soluzione di continuità, uomini e donne, con la consapevolezza che in lei convivono sia un “carusu” che una “maredda” e senza paura di non essere capita o accettate. Nonostante la sua capacità di amare e accogliere l’altro, Modesta conserva gelosamente la propria indipendenza, difendendola sia da amanti gelosi che da figli possessivi, riconoscendo che persino la “famiglia” può trasformarsi da oasi felice a prigione. Ed è così che Modesta si ribella a sè stessa, in uno dei numerosi dialoghi interiori:

“No, Modesta! Se hai resistito in quel palmo di roccia sferzato dal vento a tutte le ore, se hai resistito allora, non puoi annullare quell’azione con una resa totale verso tuo figlio (o verso la paura della morte?), o verso la paura della vecchiaia che ti hanno inculcato per non portare disordine nella società, per non intaccare quella fortezza di prima linea che, fascismo o no, è sempre la famiglia, palestra di futuri soldati, madri-soldato, nonne-regime.”

Parole che infrangono le ideologie

L’arte della gioia è un libro complesso, dallo stile sperimentale: con inaspettati passaggi dalla prima alla terza persona e un alternarsi di stili narrativi che vanno da  scambi di battute serrati che ricordano un copione teatrale a pagine di diario. Il linguaggio, a tratti fortemente lirico, trasmette l’amore per le parole che Sapienza nutrì per tutta la vita. Parole che seppe usare come armi contundenti in grado di spezzare le catene ideologiche imposte dalla chiesa e dal patriarcato. Nell’Italia democristiana degli anni 60′, quando la libertà sessuale è ancora un miraggio, l’aborto e persino il divorzio non sono ancora riconosciuti, Goliarda Sapienza racconta la storia di una donna bisessuale, anarchica e atea. Una femminista non dichiarata, che rifiuta i dettami del patriarcato – così radicato nella Sicilia dell’epoca – sostenendo che una madre non è asservita ai suoi figli, che un uomo non deve mostrare virilità ingoiando le lacrime, che una donna non è da etichettare come “prostituta” solo perché vive liberamente la propria sessualità.

La storia di Modesta, con le sue sorti discontinue, lascia un forte senso di impermanenza della vita, unito alla voglia di viverla con un pizzico della libertà di pensiero e del coraggio della sua autrice.

“Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, dal maggiordomo Stevens al capitano Achab

In quarant’anni di irreprensibile carriera come maggiordomo, Mr Stevens non ha mai preso un giorno di vacanza. Su insistenza del suo datore di lavoro, Stevens si decide a lasciare Darlington Hall per attraversare l’Inghilterra in auto, ripetendosi che il viaggio sarà utile a risolvere un problema professionale: intende recarsi in Cornovaglia per incontrare Miss Kenton, ex governante della tenuta, e convincerla a tornare a rioccupare la vecchia posizione. Attraversando la malinconica brughiera, Stevens non può fare a meno di indugiare in ricordi lontani, interpretandoli dalla prospettiva di uomo maturo, consapevole di aver già superato l’apice personale e professionale della sua esistenza. Il maggiordomo racconta di aver vissuto ricercando un ideale di perfezione lavorativa da lui definito “dignità”, ossia fornire un servizio impeccabile senza lasciare che inconvenienti o vicende personali intacchino la propria efficienza e compostezza. Negli anni, Stevens ha dato prova di incarnare questo paradigma alla lettera: quando il vecchio padre esala l’ultimo respiro, egli continua a servire gli ospiti di un ricevimento senza batter ciglio e non appena Miss Kenton gli lascia intendere di provare dei sentimenti per lui, il maggiordomo soffoca l’attrazione per la donna lasciando che sposi un altro uomo. Persino quando si rende conto che il suo datore di lavoro sta simpatizzando con il regime nazista, continua a svolgere il suo ruolo ineccepibilmente, senza chiedersi cosa sta avendo luogo dietro le porte chiuse delle sale ricevimenti.

Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro
Dal film “Quel che resta del giorno” (1993)

Vivere per un ideale: il maggiordomo Stevens come il capitano Achab

Solo al tramonto della propria vita Stevens realizza di aver sacrificato la propria individualità e ogni prospettiva di felicità per la propria vocazione. Un ideale che, per quanto nobile, è pur sempre una costruzione astratta, perfetta, il cui perseguimento ignora ciò che è razionale o etico. Come il capitano Achab che distrugge la propria esistenza per la cieca vendetta contro un essere non senziente, raccontandosi che la balena bianca Moby Dick è invece un essere infernale, spietato, la cui uccisione risponde a giustizia divina. Anche Achab, quando è ormai anziano e debole, si rende conto di aver sacrificato tutto – la famiglia ma anche i piaceri più basici come la vista della terra ferma e il sapore del cibo – per un’idea che si è trasformata nella sua intera realtà. Achab sente di aver raggiunto il culmine della propria vita quando trafigge Moby Dick con il suo arpione mentre Stevens prova la stessa sensazione quando porta perfettamente a termine un ricevimento che annovera i più alti dignitari inglesi e tedeschi, nonostante la donna che ama gli abbia appena comunicato che convolerà a nozze con un altro uomo. Possono la “vendetta”, nel caso di Achab, o la “dignità” nel caso di Stevens giustificare il sacrificio di un’intera esistenza?

Un’idea, un obiettivo, un progetto, possono assumere una consistenza così reale da guidare le nostre azioni più che gli individui in carne e ossa. Per questo le sagge parole di Starbucks non riescono a dissuadere Achab dal suo scellerato proposito e le parole di Miss Kenton non smuovono Stevens dai suoi propositi.

Quarant’anni sul mare spietato! Per quarant’anni Achab ha abbandonato la pacifica terra, per quarant’anni ha mosso guerra agli orrori dell’abisso. Quando penso alla vita che ho fatto, alla desolazione della solitudine che essa è stata…oh, stanchezza! peso!

Moby Dick, Herman Melville

Il fatto è, naturalmente, che ho dato a Lord Darlington il meglio di me. Gli ho dato tutto quanto di meglio avevo da dare, e adesso – ebbene – adesso mi accorgo che non mi è rimasto molto altro da dare.

Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro
Moby Dick, capitano Achab

Accettare sè stessi e il proprio passato

Stevens si interroga sull’utilità di indugiare nel passato, percorrerlo e ripercorrerlo nel tentativo di individuare quelle decisioni apparentemente innocue che hanno invece determinato svolte o inversioni di marcia nel suo cammino. Finisce per accettarlo e, soprattutto, per accettare sé stesso: un maggiordomo inglese che fatica a esprimere le proprie emozioni e applica lo stesso imperturbabile contegno a tutte le situazioni della vita. Riconosce di aver sacrificato troppo per quella “dignità” di cui il padre, maggiordomo a sua volta, tesseva le lodi ma si ripete di averlo fatto per perseguire ciò in cui credeva, qualunque sia stato il risultato finale. Adesso non gli resta che guardare positivamente al futuro e disporre al meglio del tempo che gli rimane.

“Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c’è.”

Ernest Hemingway

Due di Irène Némirovsky, un matrimonio degli anni venti

Due ma a tratti anche Tre


“Due” di Irène Némirovsky si apre come la classica storia romantica: lui, Antoine, ama lei, Marianne, la quale lo ricambia. I due sono giovani rampolli della ricca borghesia degli anni venti, affamati di vita e desiderosi di trascorrerla tra balli, feste e avventure amorose, per scacciare il recente incubo delle trincee. L’amore, però, non è l’idillio che immaginano. La passione e il gioco dei primi mesi vanno lentamente scemando e, quando Antoine chiede a Marianne di sposarlo, la fiamma si è ormai spenta. Antoine la cerca nella relazione con Evelyne, sorella di Marianne nonché sua versione giovane, fresca, non ancora appesantita dal tempo e dalla maternità. Nonostante l’intensità dei suoi sentimenti per l’amante, tuttavia, a fine giornata non può fare a meno di tornare a casa da Marianne. Il legame con la moglie non è fatto di amore o passione ma di sicurezza, profonda amicizia, certezza dell’altro, ed è per questo indissolubile.

“La passione sembra un dono di Dio, “troppo bello per essere vero”. Si sente che Lui ce la concede per un certo tempo; quello che mi lega a mia moglie è una cosa tutta nostra…conquistata a fatica, accumulata lentamente, distillata come un miele.”

Due Irène Némirovsky, festa negli anni venti
Immagine tratta dal film Il grande Gatsby (2013)


Individui o coniugi?


Némirovsky è celebre per la sua capacità di interpretare e trasmettere il sentire della propria epoca: un periodo di grandi cambiamenti in cui le donne cominciano a rivendicare la loro indipendenza e la società sta diventando sempre più laica. Questa cesura si riflette nella storia dei protagonisti che, da un lato, cercano di preservare la propria individualità lottando per i propri desideri ma, dall’altro, non riescono ad abbandonare l’idea tradizionale di matrimonio che prescrive di abbandonare obiettivi, speranze e sogni per nutrire solo quelli della coppia, cessando di essere individui per diventare “una sola carne”. 


Antoine come Kirkegaard


“Gli pareva che con l’età la somma dei doveri e delle responsabilità continuasse a crescere e finisse con l’opprimerlo in modo tale che lui stesso, Antoine, con i suoi desideri, le sue passioni, era soffocato da un altro Antoine, creato da tutto quello che esigevano da lui i parenti, i familiari, i rapporti di lavoro, la moglie e i due bambini.”


Nell’intimo di Antoine, questo conflitto si traduce in una continua battaglia tra desiderio e dovere che ricorda l’angoscia di Kirkegaard nella scelta tra “vita estetica” e “vita etica”.  L’Antoine “Don Giovanni” vive nel presente, nella continua ricerca del piacere intenso e sempre rinnovato che può ricevere dalla sua amante: una distrazione dalle incombenze della vita, tanto vivida quanto passeggera. A un certo punto, però, questa esistenza si rivela in tutta la sua precarietà e disperazione. Antoine cerca quindi un porto sicuro tra le mura domestiche, dove tutto è un compito o un’aspettativa altrui, vestendo i panni del “padre di famiglia”. La vita matrimoniale è fonte di una pace interiore che l’avventurosa relazione extra-coniugale non potrà mai dargli: rimane l’ultima roccaforte di serenità, fiero baluardo contro le malattie, l’indifferenza dei figli e la paura della morte. 

Farfalle nello stomaco e ceramiche infrante

A dispetto della copertina rosa con il duetto danzante in primo piano, l’autrice restituisce un ritratto realistico, profondo e cinico della vita di coppia, in cui non mancano le farfalle nello stomaco e le struggenti attese ma nemmeno i piatti rotti e la gelida indifferenza. Se nella lettura si cerca soltanto l’evasione in un mondo ideale, questo romanzo potrebbe essere deludente perché demistifica diversi pilastri sociali, persino il rapporto con i figli, descritto come fonte di grandi seccature e delusioni quando i genitori si rendono conto di non poter garantire alcuna felicità ai propri rampolli. Se, invece, si considerano i libri come forieri di nuovi punti di vista, “Due” può essere un valido strumento per guardare alle relazioni da una lucida, graffiante prospettiva.

L’origine del Male da un esperimento degli anni settanta a un romanzo del 2016

L’esperimento carcerario di Stanford

Nel 1971 Philip Zimbardo, professore di psicologia a Stanford, mise in piedi un esperimento divenuto famoso per gli effetti imprevisti e sconvolgenti che portò alla luce. Prima allestì un finto carcere nel seminterrato dell’università, poi selezionò due gruppi di studenti e assegnò a ciascuno il ruolo del detenuto o della guardia. Dopo aver assunto egli stesso la veste del supervisore, lasciò i ragazzi liberi di performare i rispettivi ruoli nel modo più realistico possibile. In soli cinque giorni la violenza si scatenò in maniera incontrollata: le guardie vessavano i detenuti, costringendoli a compiere gesti degradanti e deumanizzanti. Zimbardo stesso si era talmente abituato al graduale intensificarsi della violenza che fu necessario l’Intervento di una giovane ricercatrice per farlo rinsavire e interrompere immediatamente l’esperimento.

Esperimento carcerario di Stanford, Effetto Lucifero, L'estate che sciolse ogni cosa
Immagine tratta dal film “Effetto Lucifero” (2015), ispirato all’esperimento di Stanford


L’obiettivo del ricercatore era quello di indagare la natura del male, ossia se si trattasse qualcosa di intrinseco nell’individuo o fosse indotto dall’ambiente. Il tristemente noto “esperimento carcerario di Stanford” dimostrò il potere della situazione: persone assolutamente normali sono potenzialmente capaci di compiere azioni terribili se poste in determinati contesti. Zimbardo chiamò questo risultato “Effetto Lucifero”.

L’estate che sciolse ogni cosa

Ed è proprio Lucifero il protagonista del romanzo “L’estate che sciolse ogni cosa”, nei panni di un ragazzino nero dagli occhi verde smeraldo, di nome Sal. Nell’estate del 1984 il giovane Sal si reca nella tradizionalista e conservatrice cittadina di Breathed in Ohio affermando di essere il diavolo. Da quel giorno, un caldo rovente si abbatte sulla città, incendiando gli animi e dissolvendo ogni buon senso. Gli abitanti di Breathed arrivano a convincersi che il giovane dalla pelle scura sia davvero l’incarnazione del male biblico, responsabile di ogni evento drammatico: è sua la colpa del naufragio dell’Andrea Doria, della persecuzione ebraica, dell’aborto di una giovane madre, di incidenti e catastrofi. Sal intanto è stato adottato dalla famiglia del giudice della città, Autopsy Bliss, il quale assiste incredulo alla trasformazione dei concittadini che conosce da sempre, in un crescendo di violenza drammatico e senza ritorno.

L'estate che sciolse ogni cosa
Copertina de “L’estate che sciolse ogni cosa”


Sul destino dei personaggi incombe una dinamica che ricorda i più terribili capitoli della storia moderna. Ad alimentare l’isteria collettiva è infatti un uomo carismatico di nome Elhoim – che in ebraico significa “Dio” – il quale riunisce intorno a sé un gruppo di concittadini che hanno subito esperienze drammatiche e offre loro un perfetto capro espiatorio su cui riversare le proprie paure e sofferenze. Persone normali, dal cordiale vicino di casa al rassicurante poliziotto di quartiere, vengono indotte a compiere atti sempre più violenti, come se avessero temporaneamente spento la propria coscienza morale e rimosso ogni traccia di empatia.

Una verità difficile da accettare

Il ricercatore Philip Zimbardo e la scrittrice Tiffany McDaniel adoperano due strumenti antitetici – un esperimento scientifico e un romanzo – per comunicare la stessa drammatica verità: il male ha un volto conosciuto. Non è legato all’orientamento sessuale o della razza, come si crede tutt’ora nelle società ultraconservatrici, né si tratta di un’entità esterna dotata di corna e forconi, come si legge nella bibbia. Si cela in ogni individuo, ognuno con le proprie fragilità e rotture, dalle quali la violenza può trovare una graduale via di fuga. C’è però un raggio di speranza: in quelle stesse situazioni che tirano fuori il peggio da alcuni individui, altri riescono a sottrarsi alle manipolazioni e discernere la verità. Come la giovane ricercatrice di Stanford che pose fine all’esperimento e come il padre adottivo di Sal nel romanzo: entrambi capaci di scostare il velo di Maya per vedere l’essere umano dietro la cavia da laboratorio o sotto le mentite spoglie di Satana.

Angeli e demoni, effetto ottico, Escher, L'estate che sciolse ogni cosa
Opera dal titolo “Angeli e Demoni” dell’artista olandese Maurits Cornelis Escher


Leggere un romanzo che tratta temi così intensi ci costringe a guardare nell’abisso della nostra interiorità, a interrogarci sulle fragilità di ognuno di noi e sulle circostanze che potrebbero spingerci a spegnere la nostra coscienza. Ci esorta a restare vigili, diffidando dalle cieche ideologie e dalla retorica vuota che fa leva sulle emozioni per galvanizzare contro nemici immaginari – gli extra-comunitari, i comunisti, i no-vax – e cogliendo i segnali della manipolazione di cui tutti potremmo cadere vittime.

Charles Bukowski, lo scrittore che non vorresti incontrare

Idealizzare gli scrittori è una grande tentazione. Li immaginiamo come saggi che vedono al di là del velo di maya, cogliendo significati profondi sotto la superficie del reale. Come se la capacità di rappresentare il mondo e le emozioni umane con tale bellezza non possa che appartenere a uomini eccezionali. Se poi abbiamo la “sfortuna” di incontrare uno di loro, rischiamo di realizzare che sono uomini…normali, con debolezze e fragilità, che commettono errori e che, magari, seguono un discutibile codice morale.
Charles Bukowski, non aveva alcuna intenzione di farsi mettere sul piedistallo dai suoi lettori. Scriveva per necessità: la scrittura era l’unico antidoto ad una vita di eccessi, nonché una delle poche attività che gli portasse profonda soddisfazione, oltre al sesso e alle corse dei cavalli. Non sperava di ottenere fama e riconoscimenti, solo un minimo introito per pagare le bollette, così da non tornare ai lavori logoranti che aveva svolto per tutta la vita: camionista, postino, magazziniere.


Ma chi era Charles Bukowsi?


I suoi libri sono generosamente autobiografici: le sue esperienze e la sua sensibilità sono immortalate nero su bianco. Charles nasce in California da emigrati tedeschi e, poichè l’arte nasce spesso dal dolore,  vive un’infanzia drammatica. Il padre è un uomo violento e prevaricatore che spesso picchia il figlio con cinghie di cuoio, la madre è “la sua assistente”. L’intera adolescenza di Charles trascorre nella speranza di sottrarsi dal giogo paterno e finalmente ci riesce quando, terminate le scuole superiori, comincia a girovagare per gli Stati Uniti tra un lavoro saltuario e l’altro. Nonostante il precoce talento per la scrittura, non andrà mai al college. “Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore.”Anni dopo, quando è ormai uno scrittore affermato e giornalisti europei attraversano mezzo mondo per intervistarlo, gli verrà spesso domandato: “Da dove prendi la tua ispirazione?”, domanda a cui Charles risponde indicando la bottiglia di birra che tiene costantemente in mano, mentre regge una sigaretta con l’altra. L’alcol è forse la prima cosa che viene in mente quando si pensa a Bukowski: le memorabili notti di baldorie, passate a bere e fumare in compagnia della donna di turno, sono sempre presenti nei suoi romanzi e nelle sue poesie.Il secondo grande vizio di Bukowski, anche questo ampiamente documentato, sono le corse dei cavalli. Per qualche anno ne fa una professione, sbarcando il lunario come scommettore professionista, ma per lo più è fonte di ispirazione di poesie e romanzi: all’ippodromo Charles non osserva solo i cavalli ma gli uomini, ricchi e poveri che mettono in mostra i più profondi istinti e desideri. “Se insegnassi scrittura creativa consiglierei ai miei studenti di andare all’ippodromo una volta a settimana. Un giorno alle corse può insegnarti più di quattro anni all’università”. L’amore per i corse e per il brivido della scommessa lo accompagna fino agli ultimi anni, come è evidente da una delle sue citazioni più famose: “seppellitemi vicino all’ippodromo così che possa sentire l’ebbrezza della volata finale”.
Se però ricordassimo Bukowski solo come un alcolista, misantropo e dipendente dalle scommesse, gli faremmo un grave torto. Dietro la posa del burbero ubriacone, si celava un uomo fragile, in cerca di consolazione da una vita difficile e che, in fondo, aveva qualche motivo per diffidare dei suoi simili. Un uomo che aveva vissuto sulla propria pelle le sofferenze della classe lavoratrice americana ed aveva il talento e la passione necessarie per renderle letteratura.


Post Office


“Post Office” è il primo romanzo di Bukowsi, ed il resoconto di una delle esperienze che segnano la vita del “vecchio Buk”: dodici anni trascorsi come dipendente delle poste. Un lavoro che si promette comodo e sicuro, per poi rivelarsi massacrante come tutti gli altri. Orari irragionevoli, supervisori sadici e gesti identici ripetuti infinite volte, fino alla totale alienazione. “Post Office” raccoglie le avventure quotidiane del suo alter-ego letterario, Hank Chinaski: alcolista, donnaiolo, postino e scommettitore. Hank trascorre le notti a bere e fare sesso per poi recarsi al lavoro puntualmente alle sei del mattino e sottostare alle vessazioni dei superiori che pretendono orari impossibili, delle vecchiette che lo rimproverano per la posta non ricevuta, dei cani che sorvegliano le cassette delle lettere a suon di latrati. Il tutto raccontato con uno stile unico che renderà Bukowski il padrino di un genere letterario, “dirty realism” o “realismo sporco”,  il cui nome è già un programma. Un realismo distaccato con cui vengono descritti gli aspetti più crudi e prosaici della realtà. Contraddistinto da massima economia di parole e da una generosa dose di ironia. Nessuno spazio per emozioni e pensieri dei personaggi, le azioni ed i contesti parlano da soli e raccontano la drammatica storia della classe lavoratrice americana.


Molto più intime e sofferte sono le centinaia di poesie che Bukowski scrive durante le notti alcoliche. Ognuna di esse è un racconto, uno squarcio di vita dello scrittore: la sfuriata di una donna, un ricordo d’infanzia, un pomeriggio di compere con la moglie, un incontro di box in TV. Il distacco emotivo della prosa si ammorbidisce per far emergere una sensibilità profonda ed un vissuto sofferto.  Una delle poesie più famose è quella che racchiude la sua idea della scrittura, come istinto irrefrenabile e autentica rappresentazione della vita ed il suo disprezzo verso tutto ciò che è pretenzioso ed edulcorato, solo per scadere nella banalità.


Forse non avrei voluto incontrare Charles Bukowsi. Probabilmente  il suo atteggiamento brusco e sprezzante delle convenzioni mi avrebbe messa a disagio. Si dice che abbia fatto scappare un’ammiratrice che si era presentata nel suo appartamento per conoscerlo perché l’aveva trovata “troppo borghese”. Mi accontento di incontrarlo attraverso le sue parole che, sebbene crude e dirette, restano bellissime perché indubbiamente autentiche e meravigliosamente sopra le righe.

Stupore e tremori di Ameliè Nothomb, l’incontro/scontro tra due culture

Ameliè è una giovane ragazza belga che realizza il sogno di lavorare e vivere nel paese in cui è nata: il Giappone. Appena assunta dalla multinazionale Yamamoto per la conoscenza del francese e del giapponese, non desidera altro che integrarsi. Esegue dunque senza fiatare le assurde richieste dei superiori che vanno dal servire il caffè al fotocopiare migliaia di pagine finché non siano perfettamente centrate. Quando Ameliè ha finalmente l’opportunità di utilizzare le proprie competenze, sostituendo un collega nella stesura di un’analisi di mercato, coglie l’occasione senza anticiparne gli effetti disastrosi. Il lavoro è eccellente ma il suo gesto viene considerato dai superiori come sottrazione del lavoro altrui o persino “tentativo di sabotaggio dell’azienda”. A trovarlo imperdonabile è soprattutto la diretta responsabile di Ameliè, Fubuki Mori, che non accetta il rapido successo della giovane e non esita a denunciarla affinché paghi per la sua scorrettezza. Le punizioni si abbattono impietose e Ameliè passa da contabile a postina ad aggiornatrice di calendari, fino a diventare la “guardiana dei cessi”. Per la cultura giapponese, tuttavia, nessuna umiliazione è più grande di lasciare il posto di lavoro. Per questo Ameliè sopporta stoicamente ogni vessazione fino allo scadere naturale del contratto. Dopo quest’esperienza, lascerà il Giappone per sempre e pubblicherà il suo primo romanzo.  

La malsana cultura del lavoro giapponese


L’omonimia tra l’autrice e la protagonista non è un caso. “Stupore e tremori” è un racconto parzialmente autobiografico che descrive il doloroso impatto con la cultura del lavoro giapponese: l’ossessione per la gerarchia e la forma, la malsana vocazione all’azienda. L’autrice descrive situazioni estreme che è facile liquidare come esagerazioni, mentre si basano su una realtà drammatica. I giapponesi, letteralmente, si uccidono di lavoro: non c’è limite alle ore di straordinario ed è impensabile alzarsi dalla scrivania prima del proprio capo. Esiste un termine specifico, “karoshi“, per indicare la morte dovuta al troppo lavoro, spesso a causa di infarto. Per non parlare dell’elevatissimo numero di suicidi attribuiti a situazioni lavorative, diecimila solo nel 2011. Per i giapponesi, infatti, il fallimento nel lavoro equivale a un’irrimediabile perdita dell’onore.  

“Compresi una cosa importante: in Giappone, l’esistenza è l’azienda. I ragionieri che passavano dieci ore al giorno a ricopiare cifre erano ai miei occhi vittime sacrificate all’altare di una divinità priva di ogni grandezza e mistero. In eterno gli umili hanno dedicato la vita a realtà che li trascendevano: almeno, prima, potevano supporre di farlo per qualche ragione mistica. Adesso non possono più illudersi. Danno la vita per niente. Il Giappone è il paese con il più alto numero di suicidi, come tutti sanno. Per come la vedo io, mi stupisce che il suicidio non sia più frequente.”

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Il ruolo della donna nella società nipponica 


Il Giappone è il paese industrializzato con il più ampio gender gap (divario di genere): sono pochissime le donne a raggiungere posizioni di leadership nell’economia e nella politica. Ameliè Nothomb fa una descrizione accorata della donna giapponese, “costretta a indossare corsetti fisici e mentali fin dall’infanzia”, a rispettare rigidi precetti morali e ad abbandonare ogni illusione di felicità. Una donna che voglia fare carriera si trova lacerata tra l’esigenza di lavorare almeno quanto i suoi colleghi uomini per dimostrare il proprio valore e trovare marito entro i venticinque anni, pena la perdita del rispetto altrui. Per questo la signorina Mori, che è riuscita a scalare qualche gradino della scala gerarchica della Yumimoto con grandi sofferenze e sacrifici, non può tollerare che una giovane occidentale raggiunga la sua stessa posizione in pochi mesi. Questo fenomeno esiste realmente, si chiama “sindrome dell’ape regina” ed è stato rilevato in ogni paese con significativo divario di genere: le donne di successo che hanno subito il peso della discriminazione, tendono a essere molto più critiche degli uomini nei confronti delle colleghe giovani, finendo per ostacolarne la carriera piuttosto che incoraggiarla. Nelle società patriarcali, in altre parole, le donne sentono il bisogno di proteggere la propria posizione di autorità.

Stupore e tremori, Amelie Nothomb
Tratto dal film “Fear and Trembling” (2003)


Lo stile unico di Ameliè


Nonostante ciò, quella della Nothomb non è una rancorosa denuncia del lato oscuro della cultura nipponica. In primo luogo, l’autrice utilizza l’ironia con una tale maestria da suscitare ilarità pur trattando temi difficili, come il mobbing o il suicidio. Ancora più stupefacente è l’empatia con cui Ameliè racconta le vessazioni subite, cercando di mettersi nei panni dei suoi aguzzini e di intuire le recondite ragioni del loro comportamento. Il suo più grande desiderio è di comprendere e abbracciare una cultura che ama, nonostante le sofferenze che le vengono inflitte. Con le parole di Charles Bukowski “trova ciò che ami e lascia che ti uccida“.

Assassinio sul Nilo di Agatha Christie, antidoto perfetto contro il blocco del lettore

In periodi di forte stress emotivo, come quello che stiamo vivendo, è facile soffrire del “blocco del lettore”. Se da un lato i libri sono un modo per distrarsi e tenere la mente impegnata, sono anche uno strumento di introspezione e, talvolta, guardarsi dentro può far paura. Storie che entrano sotto pelle e portano a galla ogni sorta di emozioni e ricordi – come Delitto e Castigo, con i deliri allucinati di Raskolnikov  – possono essere difficili da affrontare in piena pandemia. In questi casi, il mio antidoto personale è un poliziesco di Agatha Christie.


Perchè leggere un poliziesco?


Trovo che i gialli siano rassicuranti. Sicuramente ci sarà un mistero da risolvere, caccia agli indizi ed interrogatori, fino al colpo di scena finale per cui il colpevole si rivela essere l’ultimo dei sospettati. Agatha Christie, più che il suo collega Conan Doyle, è interessata ai moventi psicologici del crimine. Le tragedie umane però sono analizzate con occhio clinico in quanto l’investigatore, proprio come il medico, non può lasciarsi coinvolgere dalle sofferenze del paziente. Le emozioni servono solo per muovere l’azione dei personaggi – fungono, appunto, da “moventi” – mentre il vero fulcro della storia è il rompicapo logico:  gli indizi si compongono come pezzi di un puzzle fino all’ultima pagina, quando l’investigatore posa il pezzo finale ed l’immagine assume finalmente senso. Da lettori, non ci è richiesto di immedesimarci con i protagonisti ma semplicemente di farci trasportare dall’Intreccio con il fiato sospeso. 

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Perchè leggere Assassinio sul Nilo?

Assassinio sul Nilo è uno dei romanzi più celebri della Christie ed ha un forte elemento autobiografico. L’archeologia era una delle passioni della scrittrice e la portò ad incontrare il suo secondo marito, archeologo di professione, che amava accompagnare durante i viaggi di lavoro. Era di tredici anni più giovane di lei e Agatha ci scherzava su, dicendo che: “Un archeologo è il miglior marito che una donna possa desiderare: più lei invecchia, più lui sarà interessato a lei“. Di ritorno da uno dei suoi viaggi in oriente, la Christie scrisse una storia intrigante, ambientata tra le imponenti piramidi e le misteriose statue delle divinità egizie.

L’investigatore Hercule Poirot ha finalmente deciso di prendersi una vacanza e di imbarcarsi sul Karnak, una nave crociera che risale il Nilo alla scoperta della civiltà dei faraoni. Tra gli ospiti vi sono i personaggi più disparati – una scrittrice dimenticata, un archeologo italiano ed un pomposo medico austriaco – ma tre passeggeri, in particolare, attirano l’attenzione dell’investigatore: la giovane ereditiera Linnet Ridgeway, il suo novello sposo Simon Doyle e Jacqueline de Bellefort, ex fidanzata di lui nonché amica di vecchia data di Linnet. Hercule Poirot, da attento indagatore dell’animo umano, avverte subito che l’amore possessivo e la cieca gelosia di Jaqueline sono come dinamite sulle calme acque del Nilo. Decide di condividere i suoi sospetti con il colonnello Race, casualmente incontrato sul Karnak, il quale non fa che aggravare le sue preoccupazioni: gli confida di essersi imbarcato sotto copertura, perché a bordo si nasconde un assassino.

Gli ingredienti segreti

Agata Christie dichiarò di trovare particolarmente affascinante la situazione di un gruppo di estranei che si trova a condividere un viaggio: sono consapevoli che probabilmente non si vedranno mai più, ma sentono che quell’esperienza potrebbe avere un impatto duraturo sulle loro vite. L’effetto di sospensione che ne deriva è lo sfondo perfetto per un mistero ed è comune in diversi gialli della Christie, tra cui “Assassinio sull’Orient Express”.

Tutto ciò non sarebbe sufficiente senza l’indimenticabile Hercule Poirot, uno degli investigatori più famosi della letteratura. Un ometto con la testa d’uovo ed enormi baffi, con uno stile stravagante e maniere impeccabili, meno analitico del suo collega Sherlock Holmes ma di certo molto più empatico, compassionevole ed, in definitiva, umano.


Ambientazione, trama e personaggi fanno di “Assassinio sul Nilo” l’antidoto perfetto per il più acuto blocco del lettore: vi farà viaggiare verso terre lontane, scervellare sull’identità del misterioso assassino e venir voglia di leggere un’altra avventura del mitico investigatore belga. Nonchè di vedere il film della 20th Century Fox in uscita nel 2022!

“My Fair Lady” vs “Pigmalione”: il trionfo del romanticismo hollywoodiano

Quando avevo quattordici anni mi imbattei per caso in una biografia di Audrey Hepburn e rimasi così affascinata dalla sua grazia ed autenticità che guardai tutti i suoi film in pochi mesi. Uno tra i miei preferiti era “My Fair Lady”, il musical tratto dall’opera teatrale di George Bernard Shaw “Pigmalione”. O meglio, piuttosto che “tratto da” dovrei dire “inspirato a”, perché tra i due c’è una sostanziale differenza: il finale.


La trama di “My Fair Lady” ruota intorno ad una scommessa. Il professor Higgins, celebre esperto di fonetica, si imbatte casualmente in una venditrice ambulante di fiori che parla uno stretto dialetto londinese, il Coockney, e scommette di poterla far passare per una duchessa in soli sei mesi. Dal canto suo, la giovane Eliza Doolittle spera che, migliorando la propria dizione, potrà essere assunta in un negozio di fiori ed elevarsi socialmente. Dopo mesi di duro lavoro, Eliza fa il suo ingresso triofale al ballo dell’Ambasciata e finisce per ammaliare i presenti, convinti di essere di fronte ad una gran dama. Adesso che l’esperimento è concluso, Eliza attraversa una crisi profonda: non può tornare ad essere la fioraia all’angolo di Covent Garden, così come non sarà mai una vera duchessa. Si rende conto che l’unica alternativa per una donna della borghesia ottocentesca è il matrimonio e che, paradossalmente, godeva di più libertà quando viveva per la strada vendendo mazzolini di violette. Nel frattempo, il professor Higgins si rende conto di aver sviluppato un certo attaccamento nei confronti della ragazza e le chiede di rimanere al suo fianco. Eliza dapprima si ribella al dispotismo del professore e dichiara di voler sposare Freddy, un giovane squattrinato che tuttavia la rispetta, ma poi – colpo di scena finale – ci ripensa e si presenta allo studio del professor Higgins, trovandolo intento ad ascoltare le registrazioni dei suoi esercizi di fonetica. Happy ending!


Mi piacque la storia di questa cenerentola moderna che si trasforma miracolosamente da sguattera a duchessa e scalfisce la corazza di ciniscmo di colui che la giudicava una nullità e che poi non riesce a fare a meno della sua presenza. In realtà, leggendo il testo teatrale, appare evidente che la patina di romanticismo hollywoodiano ha messo in secondo piano i veri temi centrali dell’opera di George Bernard Shaw ed il suo intento provocatorio e rivoluzionario.


L’emancipazione femminile dall’uomo-creatore

In “Pigmalione” non c’è spazio per i clichè romantici. Il professor Higgins sta ad Eliza come il Dottor Frankenstein sta alla sua creatura: i primi sono scienziati-demiurghi, concentrati nei propri esperimenti ed incuranti delle conseguenze; i secondi sono cavie da laboratorio, inconsapevoli e indifese. Higgins non si cura degli effetti che una scommessa, fatta per gioco, avrà sui sentimenti e sul futuro di un’altro individuo. Lo dice lui stesso: “Credi che il mondo sarebbe mai venuto in essere se il suo creatore avesse temuto di procurare guai a qualcuno? Dare vita significa creare guai“. L’affetto di Higgins nei confronti della ragazza non può essere amore perché nasce da puro nascisismo: Eliza è la prova vivente della bravura e del successo del suo maestro. Nel testo teatrale, Eliza decide di affrancarsi dal suo despota per andare alla ricerca della propria identita. Proprio come Nora di casa di Bambole, rinuncia alla comodità di delegare le proprie decisioni ed idee al padre-padrone di turno per vivere ai propri termini. Entrambe escono di scena chiudendo la porta alle proprie spalle e, per quanto il pubblico desideri vederle tornare sui propri passi, questo non è mai stato l’intento degli autori.

“HIGGINS – Lasciala parlare per conto suo e ben presto ti renderai conto che non ha in testa nessuna idea che non le abbia messo io, e in bocca una parola che non sia farina del mio sacco. Io questa cosa l’ho plasmata con le foglie di cavolo spiaccicate di Covent Garden, e adesso pretende di giocare con me alla gran dama!”


La critica alla morale borghese e al classismo

Le maniere ingentilite di Eliza non le portano solo il rispetto altrui ma anche pressanti aspettative: per una giovane donna senza alcun mezzo di sostentamento, l’unica opzione possibile è il matrimonio. “Non ero così in baso nemmeno all’angolo di Tottenham Court Road. Vendevo fiori. Non vendevo me stessa. E adesso che lei ha fatto di me una signora, non ho altro da vendere”. Eliza si trova imbrigliata nelle strette maglie della società borghese, ma capisce come muoversi all’interno di confini prestabiliti. Decide di sposare un giovane squattrinato e perdutamente innamorato, piuttosto che un ricco aristocratico, e di provvedere al proprio mantenimento lavorando come fioraia o insegnando dizione. Una vera e propria femminista ante-litteram.

“LIZA – Oh, se solo potessi tornare al mio canestro! Sarei indipendente da voi due, da papà e da tutto il mondo! Perchè mi ha tolto l’indipendenza? E perché io ci ho rinunciato? Ormai sono una schiava, nonostante i begli abiti che indosso. HIGGINS – Non lo sei affatto. Se vuoi ti adotto come figlia e ti intesto del denaro. O preferisci sposare Pickering?”


Da convinto socialista, Shaw non si limita a prendere in giro la morale borghese ma si diverte a scardinare il concetto di classe sociale dalle fondamenta. Immaginando che sia possibile far passare una fioraia per una duchessa, l’autore sostiene che chiunque può elevarsi socialmente tramite una buona educazione, a dispetto delle proprie origini. Al contrario di quanto può sembrare da “My Fair Lady”, l’intento era quello di veicolare idee rivoluzionare per i suoi tempi, piuttosto che la trita massima “omnia vincit amor – l’amore vince ogni cosa”. Peccato che i diritti d’autore non esistevano ancora.

L’Esclusa di Pirandello, il relativismo conoscitivo e il ruolo della donna nella società

“L’Esclusa”, il primo romanzo di Pirandello, apparentemente racconta la storia di un tradimento. In realtà, narra le vicende di una donna che cerca vivere secondo le proprie regole ma si ritrova ad essere un burattino della società: costretta a conformarsi alle aspettative altrui.


Marta Ajala, donna colta ed intelligente, non ama il marito Rocco – che ha sposato per volontà della famiglia – ma gli è fedele. Il suo unico svago è la corrispondenza con l’avvocato Gregorio Alvignani. Uno scambio epistolare di natura filosofica e letteraria più che amorosa, in quanto la giovane non risponde alle avances del suo ammiratore ma gode esclusivamente del confronto intellettuale. Quando Rocco trova una lettera del corteggiatore, è abbastanza per gridare allo scandalo e ripudiare la moglie, nonostante la gravidanza avanzata. La condanna della società è immediata ed ha conseguenze devastanti: Il padre di Marta, Francesco Ajala, si mura in casa per la vergogna mandando in malora l’azienda di famiglia, mentre Marta perde il bambino che porta in grembo e giace malata per mesi. Nonostante tutto, la donna cerca disperatamente di rialzarsi mettendo a frutto la sua attitudine allo studio e vince il concorso di maestra. Anche in questo caso i concittadini intervengono per punire il suo tentativo di riscatto: Marta viene trasferita a Palermo, lontana dalla sua onta. Il passato tuttavia la insegue nelle vesti del recidivo corteggiatore Gregorio Alvignani. Questa volta Marta si lascia cadere tra le braccia dell’avvocato. Spinta da un desiderio di vendetta verso il mondo, vuole sperimentare per davvero ciò di cui tutti la accusano.  Adesso che Marta ha abbracciato l’identità che le è stata ingiustamente affibbiata, viene richiamata in paese per vegliare al capezzale della suocera morente. Qui incontra il marito Rocco che, incurante della confessione di Marta, la rivuole al suo fianco, riabilitandola agli occhi del paese come moglie rispettabile.


L’ossessione per la predestinazione

Gli inglesi utilizzano l’espressione “it runs in the family” – che letteralmente significa “scorre nella famiglia” – per riferirsi alle caratteristiche che accomunano diversi membri della famiglia, scorrendo tra generazioni successive come un fiume che trascina, ineluttabilmente, chiunque incontri.  Pirandello fa ironia di questa convinzione di predestinazione familiare tramite la patetica figura di Antonio Pentagora, il padre di Rocco. Secondo la filosofia di Antonio, ogni uomo è destinato a ricoprire un ruolo preciso nella propria vita e quello dei mebri della sua famiglia è molto specifico: i “cornuti”. Le corna diventano una tale ossessione da influenzare il comportamento quotidiano di Antonio Pentagora, plasmando il suo modo di essere: “S’era così fissato su questo modo di pensare, che se per caso qualcuno, spinto dal bisogno veniva a chiedergli aiuto, egli, pur sentendosi talvolta inchinevole a cedere, gia commosso, si frenava, sbuffava, poi apriva le labbra al solito ghigno e consigliava a quel povero diavolo di rivolgersi altrove: al tal dei tali, per esempio, buon filantropo del paese: “Va da lui, caro mio: è nato apposta per soccorere la gente. Io no, vedi. A me, quest’ufficio non m’appartiene. Farei un’offesa a quel degno galantuomo che lo esercita da trent’anni e non può farne a meno. Io, di corna negozio.” Non stupisce che i tradimenti, veri o presunti, si diffondano nella famiglia come un’epidemia: la convinzione di essere predestinati diventa una profezia che si auto-avvera. Rocco, ad esempio, sa bene che Marta non lo ha tradito ma se ne convince all’istante, cogliendo il primo pretesto per ricoprire il tanto temuto ruolo di “cornuto”.


Il relavitismo conoscitivo

In “Uno, Nessuno e Centomila” il relativismo raggiunge la sua espressione estrema e colpisce l’Io, rendendo impossibile conoscere se stessi, nella frantumazione in mille identità causata dalle prospettive altrui. Ne l'”Esclusa”, il relativismo conoscitivo è ancora in gestazione: Marta ha una forte consapevolezza di sè e della sua innocenza, ma sa anche che questo è irrilevante. L’identità che gli altri le hanno cucito addosso, come una camicia di forza, è quella di “adultera” e “colpevole”. Poco importa che Marta non sia effettivamente adultera, le convinzioni della società hanno conseguenze reali ed indelebili: il padre muore di crepacuore e la sua famiglia cade in miseria, Marta viene cacciata dal posto di lavoro. Quando invece la donna si macchia realemente di tradimento e il marito la riaccoglie, Pirandello lascia intendere che la società è pronta a redimerla e a cucirle addosso un nuovo, immacolato, abito.


Il ruolo della donna

Non potrebbe essere più evidente in questo romanzo, il ruolo subalterno della donna nella società, nella famiglia e nel matrimonio. La donna può rivestire solamente il ruolo di oggetto non senziente, la cui collocazione viene decisa dal padre prima e dal marito poi. Il fatto che una donna sia colta, abbia delle idee e prenda in mano il proprio destino è una colpa imperdonabile e Marta viene punita severamente ed in più occasioni. In primo luogo, Marta intraprende la corrispondenza con l’Alvignani perché ha finalmente la possibilità di relazionarsi, da pari, con un uomo colto ed in grado di apprezzare  – al contrario dell’ignorante marito – l’eleganza e l’acume delle sue idee. “Curando la forma, scegliendo le frasi come per un componimento scolastico, era orgogliosa di fronte a se stessa di quel segreto duello intellettuale con un uomo quale l’Alvignani, avvocato di grido, lodato, ammirato, corteggiato da tutta la città, che si preparava ad eleggerlo deputato”. Ironicamente, nella lettera che il marito Rocco prende come prova del tradimento, Marta stava esprimendo le proprie idee sulla posizione della donna – purtroppo non ci è dato si sapere quali siano.  La seconda colpa di Marta è quella di provare a riabilitarsi con la forza del proprio intelletto, superando il concorso come maestra. Il marito Rocco, non può tollerare che colei che è di fatto ancora sua moglie, si renda autonoma, indipendente da lui ed effettivamente emancipata. Poco importa che Marta si trovi in una situazioni di indigenza a causa delle sue accuse e non abbia altri mezzi di sostentamento.


Quella di Marta è una parabola a cui assistiamo dolenti. La vediamo cadere pur senza colpa, rialzarsi con fatica e determinazione, per poi ritornare al punto di partenza e rassegnarsi all’unico ruolo possibile per una donna in una società patriarcale: quello di moglie obbediente e sottoposta all’autorità maschile.

I Leoni di Sicilia di Stefania Auci, una storia di passioni e una lezione di imprenditoria

Oggi che l’imprenditoria siciliana è ridotta all’osso – le imprese dell’isola rappresentano circa il 6% del tessuto industriale italiano e la Lombardia produce un PIL pro capite quattro volte maggiore di quello siciliano – ci vuole uno sforzo di immaginazione per figurarsi un’epoca in cui la Sicilia rivestiva un ruolo di rilievo nell’economia. Un’epoca in cui Palermo era guardata con interesse da tutta Europa e meta dei regnanti più potenti del continente tra cui il Kaiser Guglielmo II e Francesco Giuseppe, sovrano del regno austro ungarico. Entrambi ospiti della più ricca famiglia di imprenditori del Sud Italia: i Florio.

“I Leoni di Sicilia” racconta le origini della parabola imprenditoriale dei Florio che dura centocinquant’anni e si intreccia con i momenti salienti della storia italiana: le rivolte del ’48, la caduta del regno Borbonico e l’unità d’Italia. Lo stile è poetico ed evocativo, descrive le atmosfere siciliane con metafore potenti che proiettano il lettore nella Palermo di fine ottocento, una città sfacciatamente bella e piena di contraddizioni.

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Il logo di “Casa Florio”

L’impero dei Florio

Tutto ha inizio nel 1899 a Bagnara, un paesino calabrese da cui due giovani fratelli partono alla volta della Sicilia per aprire un’aromateria. Il duro lavoro e l’acume imprenditoriale di Paolo e Ignazio Florio trasformano nel giro di pochi anni il piccolo negozio di spezie in un ricco emporio che commercia prodotti provenienti da terre esotiche. E però Vincenzo, figlio di Paolo, a lanciare le innumerevoli iniziative imprenditoriali di successo che fanno decollare “Casa Florio”. Nella seconda metà dell’ottocento, Vincenzo si inserisce nel commercio dello zolfo, costruisce la Fonderia Oretea, acquista diverse tonnare (di cui la più celebre è quella di Favignana) e comincia a produrre un vino liquoroso, il Marsala, che verrà esportato in tutto il mondo. Alla fine del secolo, i Florio possiedono ville sfarzose, imprese floride ed un’intera flotta navale che trasporta i loro prodotti in tutto il mondo industrializzato. 

La chiave del successo

“I Leoni di Sicilia” nasce da un lavoro di ricerca storica e di immaginazione, per dare realismo e tridimensionalità ai personaggi narrati. Emergono così dalle pagine uomini dotati di grande energia, disciplina e volontà granitica, che incarnano le caratteristiche alla base del successo imprenditoriale.

Per tradizione familiare si chiamano tutti Ignazio o Vincenzo e sono accomunati da uno spirito imprenditoriale visionario: osservano le tecniche industriali utilizzate all’estero e non hanno paura di introdurle in Sicilia – nonostante la strenua restistenza al cambiamento tipica dell’isola – ascoltano i problemi ed anticipano i tempi. Vincenzo Florio è il primo ad introdurre la tecnica di conservazione del tonno in olio, quando si rende conto che le vendite del tonno sotto sale precipitano perché si ritiene porti gravi malattie. 

I Florio capiscono anche l’importanza della qualità locale quando il termine Made in Italy non esiste ancora, preferendo produrre un Marsala eccellente, degno della tavola di un sovrano, a costo di rinunciare ai volumi di produzione dei concorrenti inglesi.

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Pubblicità tedesca del Marsala Florio

Il riscatto sociale

I Florio sono animati da un bruciante desiderio di riscatto sociale che da un lato alimenta la passione con cui portano avanti le loro attività e dall’altro getta fumo sul loro successo. L’intero romanzo è attraversato dal confrontarsi a denti stretti tra la nobiltà feudale siciliana – blasonata e al verde  – che invidia i ricchi borghesi ma li disprezza nel profondo considerandoli degli arricchiti senza titolo, e la borghesia nascente che continua ad accumulare ricchezza e potere senza raggiungere il tanto agnognato lignaggio nobiliare. Se oggi usiamo l’espressione pecunia non olet, per i nobili siciliani il denaro dei Florio puzza di sudore e fatica, affatto degni di un aristrocratico. L’unico strumento per nobilitare la casata è il matrimonio. Le donne della famiglia, sebbene intelligenti e volitive, non possono partecipare alla gestione dell’impresa che è ancora strettamente “roba da uomini”. I loro compiti sono quelli di portare in dote un titolo nobiliare, generare un’erede maschio a cui verranno affidate le redini dell’impero ed essere un modello di eleganza di cui i mariti possono fare sfoggio. 

In attesa del secondo capitolo

Il racconto si ferma alla fine dell’800, quando è appena nato il regno d’Italia ed Ignazio Florio sta per ereditare da Vincenzo la rigogliosa “Casa Florio”. Il vero apice della successo dei Florio viene raggiunto durante la Belle Époque ed ha come protagonisti Ignazio e Franca Florio: il primo è l’ennesimo imprenditore di talento nonchè grande estimatore dell’arte, mentre Franca è una donna di una bellezza statuaria ed un tale fascino da oscurare il marito.

Nell’attesa del secondo capitolo, prendiamoci un attimo per ricordare, con rimpianto e speranza, un passato in cui il sogno di un’imprenditoria siciliana in grado di competere con il Nord Italia era più concreto che mai grazie al “progetto Sicilia” della famiglia Florio, che desiderava irrorare di spirito imprenditoriale ed innovazione una terra che, per storia e cultura, ne è così arida.

La scomparsa di Majorana di Sciascia, la responsabilità morale della scienza

Sarebbe stato possibile evitare la strage di Hiroshima e Nagasaki? Quale fu la responsabilità morale degli scienziati che scoprirono la reazione nucleare e di quelli che la misero in pratica, costruendo la bomba atomica? Sono queste le domande poste da Sciascia con la sua ricostruzione del caso Majorana. 

Ettore Majorana era un giovane fisico nucleare, professore dell’università di Napoli, che scomparve misteriosamente nel 1938, all’età di trentadue anni. Sebbene la polizia archivi subito il caso come suicidio, Il corpo di Ettore non viene mai ritrovato. La famiglia si rifiuta di credere alla versione ufficiale e la madre del ragazzo arriva ad appellarsi a Mussolini, sollecitando le indagini con queste parole: “la serenità e la severità della sua vita e dei suoi studi permettono, anzi impongono, di considerarlo soltanto una vittima della scienza”.

Vittima della scienza. Questa è la chiave di volta dell’esposizione di Sciascia: Ettore è una duplice vittima della scienza. In primo luogo, in quanto “genio precoce”, per il quale la scienza è un “fatto di natura mentre per gli altri è un fatto di volontà”, qualcosa che subisce più che amare ed accogliere. Sciascia riporta una serie di aneddoti che lo confermano: la riluttanza nel pubblicare le proprie scoperte, le intuizioni scarabocchiate sui pacchetti di sigarette e poi cestinate, il rifiuto di parlare pubblicamente delle proprie scoperte. 

Majorana diventa poi vittima della scienza nel senso ultimo, ossia di rinuncia ad una vita ancora nel pieno della giovinezza e ad una carriera brillante, per far perdere le proprie tracce e – si vocifera – ritirarsi in un convento. L’ipotesi di Sciascia è che il giovane ricercatore  vide qualcosa tra le teorie scarabocchiate su ogni superficie, una rivelazione che lo terrorizzò a tal punto da abbandonare ogni cosa. Lo stesso Enrico Fermi, lo scienziato considerato il padre dell’era nucleare, riconosce la genialità di Majorana. Cosa esclude che, data la sua prodigiosa intuizione, sia riuscito a mettere insieme i punti delle ricerche sul nucleare condotte fino a quel momento per profetizzare un esito di distruzione e morte? 

“Il portare la scienza come parte di sé, come funzione vitale, come misura di vita, doveva essergli di angoscioso peso; e ancor di più nell’intravedere quel peso di morte che sentiva di portare oggettivarsi nella particolare ricerca e scoperta di un segreto della natura: depositarsi, crescere, diffondersi nella vita umana come polvere mortale.”

Quella di Sciascia non è verità storica né pretende di esserlo. Eppure Sciascia rende realistica la narrazione utilizzando tutti gli strumenti di indagine a sua disposizione: testimonianze, lettere, aneddoti. Il lettore non può che lasciarsi sedurre dalla narrazione – costellata da riferimenti letterari alla Divina Commedia e Shakespeare – e dallo stile elegante ed enfatico. Ecco la formula per rendere un saggio di cinquanta pagine un’opera di letteratura: la potenza delle idee e la bellezza dello stile. Sciascia tocca temi complessi, senza dare risposte dall’alto della sua statura autoriale, ma sollevando domande fondamentali. 

Qual’è la responsabilità morale della ricerca scientifica? 

Robert Oppenheimer, lo scienziato a capo del laboratorio di Los Alamos dove venne progettata la bomba atomica, disse che: “La ragione per cui abbiamo portato a termine questo lavoro era un’organica necessità. Se sei uno scienziato non puoi fermare un processo simile…pensi che sia giusto scoprire come funziona il mondo; che sia giusto consegnare all’umanità un maggior controllo della realtà per gestirla secondo i le sue caratteristiche“.

In questa pubblicazione intitolata “The Scientific Tragedy of the Atomic Bomb”, l’autrice riconosce che la scoperta scientifica ha un valore in sé, appunto scoprire come funzione il mondo. Nè  gli scienziati possono essere responsabili di ogni applicazione delle loro scoperte. Tuttavia, questa impunità morale nel nome della scienza non può essere valida per le scoperte scientifiche che potrebbero diventare armi di distruzione di massa. Dal racconto di Sciascia, Ettore Majorana decide di non contribuire ad una ricerca scientifica di cui intuisce le conseguenze disastrose per l’umanità: sente il peso, insostenibile, della propria responsabilità morale di scienziato. Il suo gesto non è codardia ma rivendicazione della propria libertà individuale, non come ricercatore ma come uomo dotato di una propria coscienza e scala di valori.

“Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero – il che verrebbe a limitare la questione alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano e questi invece avevano – ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni (la cui più che possibile inosservanza avrebbe almeno attenuato la loro responsabilità), la consegnarono ai politici e ai militari.”

Come giustificarono le loro azioni coloro che progettarono la bomba atomica? Provarono rimorso?

Gli scienziati del “Progetto Manhattan” non si limitarono a progettare e costruire la boma atomica, individuarono anche le città giapponesi con le caratteristiche migliori per causare la massima distruzione possibile, per dimensione, chilometraggio, numero di case di legno… Sapevano benissimo che lo scopo ultimo del loro lavoro era l’uccisione programmata di migliaia di persone.

Secondo Sciascia, il rapporto tra Oppenheimer ed i militari a capo del progetto poteva paragonarsi a quello tra gli ebrei e gli ufficiali nazisti nei campi di concentramento. Pur senza compassione, sostiene che “Oppenheimer è uscito da Los Alamos annientato quanto un prigioniero collaborazionista del campo di sterminio di Hitler“. C’è una seconda, pericolosa, retorica che spiega il comportamento di questi scienziati: il paradosso dell'”uccidere per salvare vite”. La convinzione cioè di compiere un’azione umanitaria radendo al suolo due città e sacrificando duecentomila persone inermi, pur di salvarne un numero indeterminato mettendo fine alla guerra. Richard Garwin, scienziato che collaborò al Progetto Manhattan dichiarò che “nessuna dimostrazione avrebbe potuto portare alla fine del conflitto mondiale senza la bomba atomica”. 

La scomparsa di Ettore Majorana, Leoardo Sciascia, bomba atomica

A quasi un secolo di distanza, quali sono gli effetti su larga scala del nucleare?

Dopo ottant’anni dalla scomparsa di Majorana, le armi nucleari giocano un ruolo fondamentale per gli equilibri internazionali e molti ritengono che siano un deterrente allo scoppio di conflitti tra i paesi. Eppure, in questo articolo di Aeon, l’autore sostiene che non ci sono prove del fatto che il nucleare sia stato efficace in tal senso né che lo sarà in futuro. Inoltre, i rischi  sono molto più alti dei supposti benefici: l’uso non autorizzato o irrazionale (immaginiamo un presidente degli Stati Uniti che mostra segni di instabilità mentale e che può, in ogni momento, spingere il bottone rosso), falsi allarmi o addirittura incidenti. 

La battaglia morale combattuta in silenzio da Ettore Majorana potrebbe essere un’invenzione letteraria di Sciascia, ma le domande sugli effetti del nucleare sono reali e rimarranno fondamentali nel dibattito pubblico fino a che perduri la convinzione che la pace tra le nazioni non si basa sulla cooperazione ma sulla minaccia di distruzione reciproca. 

Casa di bambola di Ibsen, la battaglia sul femminismo

“HELMER – E’ rivoltante. Così ti sottrai ai tuoi doveri più sacri?
NORA – Quali sarebbero secondo te i miei doveri più sacri?
HELMER – Devo dirtelo io? Non sono i tuoi doveri verso tuo marito e verso le tue creature?
NORA – Ho altri doveri che sono altrettanto sacri.
HELMER – Non è vero. Che altri doveri potrebbero essere?
NORA – I doveri verso me stessa.
HELMER – In primo luogo sei moglie e madre
NORA – Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto creatura umana al pari di te….o almeno voglio tentare di diventarlo. So bene, Torvald, che il mondo darà ragione a te e che qualcosa di simile si legge nei libri. Ma ciò che dice il mondo e ciò che si legge nei libri non può essere norma per me. Io stessa devo rifletterci e vederci chiaro nelle cose.”

Quando Casa di Bambola venne messo in scena nel 1879, provocò così tanto scalpore che gli inviti a cena venivano spesso accompagnati dalla nota: “Si prega di non menzionare Casa di Bambola!”. Ciò non impedì che continuasse ad accendere e polarizzare il dibattito pubblico, come tutte le opere che mettono in discussione lo status quo.

Ibsen, il flagello dei salotti borghesi

“Il mio progetto è di farmi fotografo. Farò posare davanti al mio obiettivo i miei contemporanei uno ad uno […]. Non risparmierò né il bambino nel ventre della madre, né un pensiero, né un’atmosfera nascosta nelle parole di nessuna anima, ogni volta che mi troverò in presenza di uno spirito che meriti la riproduzione.”

Non può sfuggire il tono vendicativo delle parole di Ibsen, amareggiato dalla fredda reazione della critica alle sue prime opere, in rima, inspirate all’epica e alla tradizione scandinava. Drammi dai titoli “Il tumulo del guerriero” o “Guerrieri a Helgeland”, che evocano già toni, ambientazione e probabilmente una noia mortale. Sguainata l’ascia di guerra, Ibsen accantona le atmosfere mitiche per intrufolarsi nei salotti della borghesia di inizio ottocento e fare una strage. 

I coniugi Helmer, le prime vittime

Il primo salotto a essere smantellato è quello dei coniugi Helmer. Nora e Torvald sembrano una coppia felice: Torvald ha da poco ottenuto un lavoro prestigioso e ricopre la giovane moglie di attenzioni e vezzi. Nora sembra una ragazzina gioiosa, passa le sue giornate ad accudire i figli e dedicarsi ai preparativi delle imminenti festività Natalizie. Un segreto getta un’ombra minacciosa sulla sua felicità: sette anni prima Nora ha salvato la vita del marito, indebitandosi per finanziare un viaggio in Italia prescritto dai medici. La situazione precipita quando Kristine, amica di infanzia di Nora, le chiede di intercedere presso il marito per trovarle un posto di lavoro. La posizione che Torvald le assegnerebbe è già occupata da Krogstand, il creditore di Nora, che la ricatta affinché convinca il marito a non licenziarlo. Poiché Nora fallisce, Krogstand invia una lettera a Torvald in cui rivela che Nora ha forgiato la firma del padre per ottenere il prestito. Nora aspetta l’apertura della lettera come la detonazione della bomba che demolirà il suo matrimonio, eppure una parte di sé spera ancora che Torvald riconosca la bontà del suo gesto e sia disposto non solo a perdonarla ma a sacrificarsi per lei, assumendosi tutte le colpe. La reazione del maritò non potrebbe essere più lontana dalle aspettative: Torvald si rivela un maestro di meschinità, pronto a ripudiare la moglie pur di difendere la propria reputazione. Nel bel mezzo della deflagrazione, arriva una seconda lettera di Krogstand che si dichiara pentito e consegna le prove dell’illecito di Nora. Il pericolo è passato, e Torvald è pronto a dimenticare tutto e andare avanti come se nulla fosse accaduto. Per Nora, invece, non è possibile ricostruire le apparenze. Si trova di fronte ad un estraneo, un uomo egoista e meschino, che la tratta come il suo grazioso giocattolo e che scopre di non amare. Nora realizza di essere sempre stata la bambola di qualcuno, prima del padre e poi del marito, e di non aver maturato un’opinione propria del mondo. Le esortazioni indignate di Torvald a ricordare i suoi doveri di madre e moglie non hanno alcun effetto: Nora abbandona la casa coniugale per intraprendere un viaggio alla ricerca di sé stessa, lasciando il marito tra le macerie del loro matrimonio.

Casa di Bambola rappresentazione al Teatro Regale di Copenaghen del 1879

Ibsen è riuscito nel suo intento di mettere a nudo le fondamenta di un tipico matrimonio borghese, mediamente felice. Alla fine del dramma è evidente che l’evento scatenante è solo il pretesto per rivelare il vero problema del matrimonio tra Nora e Torvald: un rapporto sbilanciato in cui il marito è un padre-padrone che apparentemente si prende cura della moglie ma in realtà controlla ogni suo gesto e pensiero. Fin dalle prime scene Torvald si rivela quale il maniaco del controllo che è: “risparmiarle tante seccature” è solo il pretesto per tenere in mano il potere assoluto della casa. Le battute finali poi sono un vero e proprio delirio di onnipotenza, in cui si erge come creatore ed educatore della moglie-bambola.

Nora, femminista o anti-femminista?

Se la critica è compatta nel giudizio sul Signor Helmer, si divide in due schieramenti opposti quando si parla di Norma: Il primo la erge a vessillo del femminismo e annovera tra le sue schiere celebri personaggi come Antonio Gramsci e George Bernard Shaw; il secondo la dipinge come una ragazzina capricciosa ed è composto prevalentemente da dotti critici come Roberto Alonge. 

Nel primo schieramento, Gramsci vede in Casa di Bambola un testo rivoluzionario, capace di trasformare l’istituto del matrimonio, nel quale la donna non è più solamente la “femmina che nutre i figli ma una creatura umana a sé, che ha una coscienza a sé, che ha dei bisogni interiori suoi, che ha una personalità umana tutta sua e una dignità di essere indipendente.” 

Interessante è la posizione di George Bernard Shaw che abbandona direttamente il campo di battaglia, sostenendo che le donne hanno già ottenuto la parità.“La donna ha abbandonato il proprio vestito da bambola e costretto il marito a scegliere tra fare a meno di lei o trattarla come essere umano, uguale a lui, riconoscendo in maniera piena di non essere una creatura superiore, l’Uomo che vive con una creatura di specie inferiore, la Donna, ma che l’umanità è uomo e donna e che la disparità dei sessi è letteralmente una sciocchezza”. Shaw probabilmente si riferiva solo al piano ideologico, ossia riconoscere pari dignità alle donne sulla carta, non a quello di fatto, che riguarda l’effettiva l’occupazione femminile o il divario salariale (pari al 23,7% in Italia ancora oggi, per inciso).

La critica moderna ha ribaltato la lettura femminista, sottolineando che Nora lascia il marito perché non si verifica il “miracolo” tanto atteso: che il marito riconosca la grandezza del suo gesto e si immoli per lei. Secondo Alonge, Nora è una donna che vive di apparenze: ha recitato per otto anni la parte della bambola e adesso veste i panni della femminista poco convinta. In realtà nella casa di bambole ci sta benissimo perché cerca una figura maschile pronta ad accudirla e “prendersi tutto sulle spalle”, perpetrando una forma ancora più decisa di patriarcato.

Casa di Bambola, un dramma universale o principalmente femminile? 

La critica antifemminista nasce dal fatto che Nora è un personaggio complesso: infantile e talvolta superficiale. Ha sempre vissuto sotto la campana di vetro del padre-padrone di turno, seguendo un percorso già tracciato senza porsi domande. Sebbene farei fatica a immaginare Nora tra le fila delle suffragette, non penso che la sua epifania si possa ridurre al “delirio di una mitomane, che una volta fatto il giro dell’isolato e finiti i soldi tornerà a casa”.

Ibsen dichiarò che il suo intento era quello di farsi portavoce non delle istanze femminili ma di ogni essere umano che ha il diritto di diventare sé stesso, come direbbe Nietzsche. Un dilemma così profondamente radicato nell’animo umano da essere sempre attuale. Come si dice in questo articolo del Guardian di qualche anno fa, lo affronta chiunque cerchi un equilibrio tra la propria individualità ed i ruoli di genitori e coniugi: “La famosa uscita di scena di Nora [lasciare casa e famiglia per lavorare e realizzare sé stessa] è qualcosa che la maggior parte dei genitori fa cinque volte al giorno”.

Sebbene sia un dilemma che coinvolge uomini e donne in ogni epoca, non possiamo negare che è molto più arduo per le donne, a cui è culturalmente assegnata la cura della casa, dei figli e degli anziani. Il lock-down lo ha messo in evidenza: basta leggere il dato OCSE sulla distribuzione tra uomini e donne di ore di lavoro non remunerate (includono cura della casa,dei figli e degli anziani). Lo scorso anno in Italia, le donne hanno impiegato circa cinque ore al giorno in queste attività, contro due ore degli uomini. Più del doppio, a sottolineare l’attualità delle parole di Nora: le donne sono in primo luogo mogli e madri mentre gli uomini sono prima di tutto esseri umani. 

Se intendiamo il femminismo come movimento che mette in discussione i ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne, le parole di Nora sono femministe nella più stretta accezione del termine.

Le opere d’arte d’altronde, non si limitano ad essere veicolo di un messaggio dell’autore ma assumono il significato più idoneo allo “spirito del tempo” o “zeitgeist”: il clima culturale di ciascuna epoca. In questo senso, Casa di Bambola è andata in una direzione diversa da quella concepita dall’autore: Ibsen voleva rivendicare un diritto universale dell’essere umano che, a prescindere del genere, ha il diritto di affermare sé stesso/a, ma ha finito per reclamare un diritto che gli uomini in gran parte già possiedono e che viene spesso negato alle donne. 

Cosa ci insegna Anna Karenina di Tolstoj sull’amore

La prima volta che ho letto Anna Karenina tifavo per la coppia Anna e Vronsky, per il loro amore contrastato che sfida le convenzioni dell’ipocrita società russa. La loro storia rispondeva all’ideale romantico dell’amore che trionfa su ogni ostacolo. Rileggendolo a distanza di qualche anno, mi sono resa conto che un’altra coppia rappresenta l’anima buona del romanzo, un modello da prendere come esempio ed ispirazione.

La passione di Anna e Vronsky

Anna è una donna dell’alta società, sposata con un famoso statista di vent’anni più vecchio di lei. Non ama il marito, ma non compiange sé stessa né la propria vita, lo accetta come un dato di fatto. Tutto cambia quando incontra il giovane ufficiale Vronsky: non può fare a meno di notare tutto il grigiore del rapporto con il marito, un uomo freddo ed analitico che non potrebbe avere una personalità più distante dalla propria, passionale e vivace. Innamorarsi di Vronsky sembra inevitabile, come se una forza irresistibile la trascinasse verso di lui. Vronsky dal canto suo immagina la relazione con Anna come l’apice della propria felicità: “Io non posso pensare a voi e me separatamente. Voi e io per me siamo una cosa sola. E non vedo per l’avvenire possibilità di tranquillità né per me né per voi. Vedo la possibilità della disperazione, della sventura…oppure vedo la possibilità della felicità, quale felicità!”

Anna Karenina, Lev Tolstoj, Anna e Vronsky

L’innamoramento di Anna e Vronsky rispecchia l’idea del “falling in love”, “cadere in amore” o meglio nell’abisso della passione. Anna finisce per rinunciare a tutto – posizione sociale, famiglia, persino al suo amato figlio – facendo di Vronsky la sua unica ragione di vita. Il loro amore si fonda sull’attrazione sessuale e si nutre di emozioni che bruciano intensamente ma si spengono in fretta. Vronsky ed Anna non si migliorano l’un l’altro, si limitano a possedersi. Ed ecco che il mito Platonico di ricerca della metà perduta si rivela in tutta la sua limitatezza: fondersi l’uno nell’altro non significa completarsi ma perdere la propria libertà ed individualità.

La dolcezza di Levin e Kitty

Una storia ben diversa è quella di Levin e Kitty. Se Vronsky è un giovane affascinante e spigliato in società, Levin è un aristocratico di campagna, introverso e goffo. Kitty cade facilmente preda delle attenzioni del primo, illudendosi che l’ufficiale voglia chiederla in sposa quando, in realtà, si tratta di un banale flirt da salotto. Ben presto si rende conto di aver rifiutato un uomo sincero e dai sentimenti profondi, che potrebbe renderla felice. Adesso che Kitty lo ricambia i due si sposano e l’ideale romantico sembra finalmente trionfare. Il matrimonio però non è il lieto fine ma l’inizio di un faticoso percorso di crescita ed evoluzione di due individui che si sforzano di conoscersi nel profondo, di capire cosa è importante per l’altro, di trovare i valori che li accomunano e quelli che li differenziano. 

Nel suo libro “L’arte di Amare” lo psicologo Erich Fromm sostiene che, affinché l’amore abbia futuro, le coppie devono passare dal “falling in love” allo “standing in love”, ossia dal cadere nell’amore allo stare in piedi, insieme. Da un gesto passivo ad uno attivo che richiede sforzo ed impegno. Lo psicologo israeliano Aaron Ben-Ze’ev spiega questo passaggio in un articolo pubblicato su “Aeon”, facendo una distinzione tra intensità amorosa e profondità amorosa: mentre la prima si basa sull’attrazione sessuale e sulla forza delle emozioni, la seconda si nutre di esperienze di vita che durano nel tempo ed aiutano gli individui a migliorarsi e realizzarsi. La profondità amorosa si basa anche sulla complessità: quanto più la personalità del partner è profonda e sfaccettata, quanto più il sentimento resiste quando la passione è svanita. 

Anna Karenina, Lev Tolstoj, Kitty e Levin

Nel caso di Levin e Kitty, i due condividono esperienze che li temprano, come la malattia e la morte del fratello di Levin, che Kitty cura con abnegazione dimostrando tutta la forza dell’amore per il marito. Per di più, Levin non potrebbe avere una personalità più complessa e sfaccettata: è un uomo che si interroga costantemente sul senso della vita, su Dio e la natura dell’animo umano. Al contrario del superficiale Vronsky che segue le proprie passioni incurante di cosa è giusto o sbagliato o dell’effetto che le sue azioni potranno avere su chi lo circonda.

Due modi diversi di affrontare la realtà

Anche l’amore profondo però si scontra con l’ideale romantico: sia Vronsky che Levin fanno i conti con una realtà che si rivela diversa da come l’avevano immaginata. 

Vronsky si ritrova di fronte alle braci di una passione ormai spenta. Una volta realizzato il desiderio di dividere la propria vita con Anna, si rende conto che la felicità si trova nel passato: nel corteggiamento, nell’attesa. Guarda Anna come “un uomo guarda un fiore che ha strappato, già tutto appassito, in cui riconosce con difficoltà la bellezza per la quale l’ha strappato e distrutto”.

Anche Levin affronta l’impatto con la realtà quando i primi mesi del matrimonio con Kitty trascorrono fra scontri e litigi. Levin realizza che il suo impegno consapevole è fondamentale affinché la vita coniugale funzioni. “Ad ogni passo provava quel che deve provare un uomo che, dopo aver ammirato il dolce filare di una barchetta su un lago ci si siede sopra. Così si accorge che non basta stare seduti quieti, senza buttarsi di qua o di là, ma occorre aver sempre presente che sotto la barca c’è l’acqua, e non si dimentica mai dove vuole andare; e bisogna remare, e le braccia non abituate si indolenziscono; e insomma a guardar la cosa da lontano, tutto sembra facile, ma se uno si mette a farla, appare molto difficile, anche se gradevolissima”. 

La storia di Levin e Kitty non sarà passionale o travolgente come quella di Anna e Vronsky ma rivela come innamorarsi sia solo il primo passo, quello più facile e spontaneo. La vera sfida è quella di resistere all’impulso di dominare l’altro o vivere in simbiosi, costruendo un rapporto in cui due entità ben distinte si arricchiscono a vicenda. 

Orgoglio e pregiudizio – sentimenti senza tempo

Credo che alcuni libri (i classici soprattutto) siano maestri di vita perché ci insegnano riconoscere e gestire le emozioni. Orgoglio e Pregiudizio è uno di questi. I personaggi sembrano uscire dalle pagine. Sono sfaccettati ed esprimono i loro sentimenti in maniera talmente realistica da coinvolgere i lettori/trici a secoli di distanza. I valori, le abitudini e lo stile di vita di inizio ottocento potrebbero essere incomprensibili per il lettore/trice moderna, ma i sentimenti non sono di certo cambiati. A fare da protagonista del romanzo, fin dal titolo, è proprio l’orgoglio. Non è un caso che la parola “orgoglio” compaia nel romanzo ben settanta volte, mentre il vicino “pregiudizio” solamente otto.

Un po’ di trama

La storia si apre con l’arrivo in città di un ricco scapolo, Mr Bingley, avvenimento che porta grande scompiglio in casa Bennet. Mrs Bennet infatti ha ben cinque figlie da maritare e spera che una di loro possa conquistare l’ambito giovane. La prima occasione di incontro è il ballo cittadino, a cui Mr Bingley si reca accompagnato dall’amico Mr Darcy, un giovane altrettanto interessante sia per l’aspetto piacente che per la posizione sociale. Non fosse che Mr Darcy riesce, nell’arco di mezzora, ad attirarsi le antipatie di tutti i presenti. Il motivo è semplice: Darcy è serio e altezzoso, sembra non volersi abbassare al divertimento popolare o conversare con persone di rango inferiore al proprio. Risponde forzatamente quando gli si rivolge la parola e non invita a danzare nessuna ragazza della sala. 

Tra le sorelle Bennet, la più colpita dal suo comportamento è Elizabeth, che Darcy descrive come come “appena passabile, non abbastanza bella per me”, senza curarsi che il suo commento venga udito da orecchie indiscrete. Darcy chiuso nel proprio orgoglio non si fa scrupoli a ferire la vanità di Elizabeth. 

Mr Darcy e il suo orgoglio

Basta arrivare a pagina diciannove per avere una definizione di orgoglio e vanità secondo Jane Austen. La fa pronunciare a Mary, la più piccola delle sorelle Bennet nonché la nerd della famiglia, sempre con il naso nei libri e pronta a dispensare sentenze moraleggianti: “Tutto quello che ho letto finora mi insegna che l’orgoglio è particolarmente congeniale alla natura umana, e che sono ben pochi coloro che non indulgono a un senso di autocompiacimento sulla base di questa o quell’altra vanità, vera o immaginaria che sia. Vanità e orgoglio sono cose diverse: l’orgoglio si rifà all’opinione che abbiamo di noi stessi, la vanità a quella che vorremmo gli altri avessero di noi”.

Non stupisce che questo articolo di Psychology Today dica esattamente la stessa cosa: l’orgoglio è il sentimento di soddisfazione che deriva dal sentirsi superiori agli altri. Una sorta di illusione di onnipotenza che può derivare da possessi materiali, parentele o aspetto fisico. Eppure, mentre la vanità si basa spesso sull’apparenza, l’orgoglio può anche fondarsi su meriti reali. Un pizzico di orgoglio è quindi giustificabile quando nasce, ad esempio, dalla consapevolezza di aver fatto un buon lavoro e di aver portato beneficio alla comunità, mentre risulta negativo quando è proiettato esclusivamente su se stessi. 

Tornando a Mr Darcy, il suo comportamento esprime tutti i sintomi dell’orgoglio. Darcy non fa nessuno sforzo per risultare gradevole a chi non considera alla sua altezza e si giustifica con Elizabeth dicendo che gli manca quella capacità innata che permette di conversare spontaneamente con sconosciuti ed apparire interessato ai loro affari. Elizabeth però gli risponde a tono, facendogli capire che anche la conversazione di circostanza (quello che gli inglesi chiamano “small talk”) richiede impegno ed intenzionalità: “Non posso rimproverare le mie dita se non si muovono sul pianoforte con la stessa maestria che possiedono altre donne ma solo me stessa perché non voglio prendermi il disturbo di esercitarmi”.

Persino al momento della dichiarazione d’amore ad Elizabeth, Darcy non riesce a mettere da parte l’orgoglio allo scopo di conquistare la sua amata. Al contrario, descrive con ardore la lotta interiore che ha affrontato per mettere da parte l’inferiorità di ceto sociale di Elizabeth e l’imbarazzante comportamento della sua famiglia. Il tutto senza dubitare di ricevere una risposta positiva da parte della ragazza che invece, nuovamente ferita nel suo di orgoglio, rifiuta il pretendente senza troppe cerimonie.

Eppure Darcy viene perdonato

Eppure il personaggio di Darcy viene completamente riabilitato alla fine del romanzo. Cosa porta Elizabeth a perdonargli tutte queste evidenti manifestazioni di orgoglio e a tramutare il suo risentimento in amore? 

Con lo svolgersi del racconto viene fuori che l’orgoglio è solo uno degli aspetti del carattere di Darcy, il quale è anche generoso ed amorevole con familiari ed amici. Insomma è un uomo di sani valori a cui manca una buona dose di empatia e la cui educazione sentimentale è stata alquanto carente: “i miei genitori mi insegnarono sani principi ma non a correggere il mio carattere. Mi insegnarono ad essere egoista ed altero e a non curarmi di nessuno al di fuori della mia cerchia familiare”. La capacità di uscire da se stessi per interessarsi dei sentimenti altrui, anche nota come empatia, va trasmessa fin da bambini e richiede impegno e consapevolezza per essere sviluppata. Daniel Carnegie, nel suo bestseller “Come trattare gli altri e farseli amici” dice chiaramente che “a tutti piacciono coloro che ci ammirano”. Tutti noi non desideriamo altro che essere visti ed apprezzati ed essere ignorati ci ferisce automaticamente. 

Il secondo problema di Darcy è quello di prendersi troppo sul serio. G.K. Chesterton, scrittore e teologo di fine ottocento, scrive che: “l’orgoglio è ciò che trascina ogni cosa in una facile solennità. La tentazione naturale è quella di prendersi sul serio, perché è la cosa più facile da fare: è molto più semplice scrivere un buon articolo di prima pagina sul Times che una battuta di spirito su Punch”. Questa è la lezione di Elizabeth che invece ama ridere di se stessa e degli altri, senza mancare di tatto ed intelligenza. 

La lezione di Elizabeth

Elizabeth riesce a superare ogni offesa al suo orgoglio con una sana risata. Ci ricorda che evitare di prendersi troppo sul serio è fondamentale sia per essere resilienti, curando le ferite inferte dall’indelicatezza altrui, che per prendersi dei rischi, facendo scelte che potrebbero esporci al ridicolo ma anche portarci grande soddisfazione. Come dice una delle mie citazioni preferite, sempre di G.K. Chesterton: “Gli angeli possono volare perché sanno prendersi alla leggerla”. 

Seneca ed il Time Management

“La vita è abbastanza lunga e ci è stata data con larghezza per fare cose grandi se ben impiegata, ma se la si consuma nel lusso e nella trascuratezza, ove cioè la si spenda in nulla di utile, costretti dall’estrema necessità, ci accorgiamo che è trapassata senza averne avvertito lo scorrere”

Seneca – De Brevitate Vitae

Il “De brevitate vitae” di Seneca, questo libricino di nemmeno cento pagine, è rimasto a prendere polvere sul mio comodino per mesi. Il titolo suonava come un memento mori medievale – ricordati che devi morire!- ed il teschio in copertina rafforzava quest’impressione. 

Non è affatto così. Le parole di Seneca hanno un gran potere consolatorio. Soprattutto oggi che, a causa della pandemia e delle misure restrittive, potremmo sentirci insoddisfatti della nostra vita quotidiana e di come abbiamo trascorso l’anno appena concluso. 

Non solo. Le sue raccomandazioni sono così attuali da sembrare tratte da un manuale di management. Cosa c’entra Seneca con il management? Ve lo spiego subito. 

Il valore del tempo e dell’attenzione

Il filosofo si chiede come mai gli uomini siano tanto avari dei beni materiali quanto prodighi della risorsa più preziosa: il tempo. Dice Seneca: “Fai il conto della tua età e calcola quanto di questo tempo ti ha tolto un creditore, un amante, un patrono, un cliente; quanto te ne ha strappato il litigare con tua moglie, il castigare i servi, l’andare in giro per la città per i tuoi doveri sociali. Pensa a quante persone ti hanno saccheggiato della tua esistenza senza che tu ti accorgessi di quanto perdevi”.

Oggi che la nostra attenzione è sotto assedio – contesa tra pubblicità, messaggi, telefonate, social – ha assunto un valore inestimabile. Tanto che in inglese si usa l’espressione “pay attention” come se l’attenzione la “pagassimo” con moneta sonante! Ed è vero che quando ci dedichiamo ad una attività sopportiamo un costo-opportunità, ossia il valore di ciò a cui abbiamo rinunciato. Se vedo un’altra puntata della mia serie Netflix non potrò leggere il capitolo di un libro. (Mi dispiace. Il multitasking, secondo recenti studi, non funziona.)

La produttività, ieri ed oggi

Nel quarto secolo avanti cristo, Seneca esprimeva benissimo il malessere di chi è: insoddisfatto del passato, perché vorrebbe aver impiegato il tempo in modo diverso; spaventato dal futuro, per la paura di perdere ciò che è stato conquistato con tanta fatica (il posto di lavoro, il successo); incurante del presente, che scorre via tra una richiesta urgente e l’altra. 

Secondo Seneca non viviamo il momento presente con abbastanza consapevolezza e rimandiamo obiettivi e desideri ad un futuro incerto, che non ha nessuna garanzia di verificarsi. Quanti anni sacrifichiamo nello studio o nel lavoro, rimandando all’infinito la realizzazione di ciò che desideriamo, come nutrire una relazione o coltivare un interesse? Quante giornate trascorrono secondo i nostri programmi?

Gli autori di “The 5 Choices – The path to extraordinary productivity” uno dei più famosi libri di sulla produttività ed il time management (gestione del tempo), si sono posti la stessa domanda qualche secolo più tardi. La loro spiegazione è che gestiamo il flusso continuo di richieste in maniera lineare, cercando di soddisfarle non appena arrivano e nel più breve tempo possibile. Sebbene questo ci dia gratificazione immediata, rischiamo di trascorrere le nostre giornate a perseguire le priorità altrui piuttosto che le nostre.

Il “paradosso della produttività” è che, sebbene la tecnologia moderna ci renda più produttivi che in passato, non è detto che questo potenziale si realizzi sempre. Anzi, secondo uno studio condotto dagli autori del manuale, il 40% del tempo sul lavoro è impiegato in attività considerate irrilevanti.

L’importanza di ascoltarsi 

Sembrerà assurdo ma Seneca ed i guru del business del ventunesimo secolo sono arrivati alla stessa soluzione: ascoltarsi e stabilire le priorità individuali. 

Seneca dice di “disporre di ogni giorno come se fosse l’intera vita” e di gestire consapevolmente il proprio tempo, in modo da poter guardare al passato senza rimpianti. Per far ciò, Seneca consiglia di imparare a stare soli con se stessi ed ascoltarsi (ed anche abbandonare ogni attività per dedicarsi alla lettura dei filosofi! Meno consigliato).

“The 5 Choices”, dal canto suo, fornisce un utile strumento per un’analisi razionale delle priorità: i ruoli. La vita di ciascuno di noi si svolge all’interno di ruoli, tramite i quali ci identifichiamo: padre, madre, medico, insegnante. Per stabilire le nostre priorità potremmo quindi identificare i ruoli in cui ci rappresentiamo e valutare, per ognuno di essi, dove ci troviamo e cosa ci renderebbe pienamente realizzati. Potrebbe servirci da bussola per gestire il tempo sulla base di ciò che oggi è davvero importante.

Nessun libro di filosofia o management potrà mai fornire un metodo perfetto per essere soddisfatti di noi stessi e della nostra vita. Seneca però aveva individuato quello che dovremmo evitare: vivere con l’autopilota, facendoci trascinare dagli eventi piuttosto che decidendo attivamente dove allocare il nostro prezioso tempo.

Tre motivi per leggere “Novecento” di Baricco

1. Un personaggio indimenticabile

“Novecento” è narrato da un trombettista che si imbarca sul transatlantico Virginian per suonare nell’orchestra jazz. Lì viene a conoscenza di una storia incredibile: un uomo, abbandonato in fasce sul pianoforte a coda della prima classe, è cresciuto sul Virginian senza mai mettere piede a terra. Ventisette anni trascorsi tra la prua e la poppa di una nave. Anche il suo nome è fuori dal comune: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, o semplicemente Novecento. Proprio come il secolo appena iniziato. Prima di lui era soltanto un numero, adesso è un nome.

Come se ciò non bastasse, si tratta del più grande pianista di tutti i tempi. La sua musica è senza precedenti: sembra essere suonata a quattro mani e fatta da note mai sentite prima. 

Novecento guarda il mondo con occhi da bambino saggio, pieni di genuina meraviglia ma velati di tristezza. Avendo trascorso l’intera esistenza su una nave, ha vissuto una realtà di seconda mano, filtrata dai racconti dei passeggeri. Non comprende appieno la violenza o la rivalità che percorrono la terra. Quando il tronfio pianista Jelly Roll Morton si imbarca sul Virginian per sfidarlo a pezzi di jazz, Novecento è in prima fila, in lacrime di fronte alla toccante musica del suo avversario. Eppure Novecento ha una sua filosofia di vita che lo porta a compiere scelte drastiche come rifiutarsi di incidere la sua musica, di suonare altrove che in mare aperto e di mettere piede a terra. Il trombettista, il suo unico amico, non si da pace: “Novecento, perché non scendi da questa maledetta nave?”

La laggenda del pianista sull'oceano, Novecento, Baricco
Tratto dal film La leggenda del pianista sull’oceano

2. Un’idea quanto mai attuale

Non è che Novecento non abbia mai provato a scendere dal Virginian. Improvvisamente ha indossato il suo vestito buono ed ha cominciato a scendere la scaletta, solo per fare dietrofront e risalire a bordo. Lascio al meraviglioso monologo finale il compito di svelare i pensieri che lo fulminano mentre guarda New York dispiegarsi di fronte ai suoi occhi. Basti dire che Novecento viene colpito da paralisi della scelta: la vita “vera” presenta troppe possibilità che lui, nato e cresciuto su una nave, non può concepire. Come scegliere, tra le infinite possibili, una strada da percorrere, una donna da amare, una terra in cui stabilirsi? 

Insomma è quello che proviamo tutti di fronte alla homepage di Netflix. Scherzi a parte. E’ vero che negli ultimi dieci anni, la possibilità di scelta si è moltiplicata esponenzialmente e con essa le aspettative. Una selezione infinita di libri, musica, film, persino potenziali partner, è alla portata di un click. Secondo un articolo di Psychology Today il cervello umano può comparare in maniera efficiente solo cinque opzioni alla volta. Una scelta infinita crea sovraccarico cognitivo ed è fonte di stress: come faccio a scegliere un film su Netflix sapendo che, se solo cercassi per altri venti minuti, potrei trovarne uno migliore? L’imprenditore americano Patrick McGinnis ha chiamato questo fenomeno FOBO – Fear Of Better Option. Secondo McGinnis: “Per scegliere qualcosa dobbiamo lasciare andare l’alternativa ma abbiamo paura di dover rimpiangere la strada non intrapresa. Quindi potremmo anche decidere di non decidere affatto e lasciare tutte le opzioni aperte”. La FOBO, nella sua espressione estrema, porta ad abbandonare del tutto la scelta: chiudere Netflix dopo ore di angosciosa ricerca o, come fa Novecento, trascorrere l’intera esistenza una nave. Sconsiglio la seconda opzione.

3. Il godimento estetico: poesia e musica

Scegliere una citazione da “Novecento” è quasi impossibile. Sono sessantadue pagine di bellezza che raggiunge il suo picco nel monologo finale che potrei leggere e rileggere infinite volte. Le parole scorrono via come le note sotto le dita del protagonista.

L’unico elemento mancante? La musica. A questo provvede “La leggenda del pianista sull’oceano”, il film di Tornatore che aggiunge alle parole di Baricco le musiche di Ennio Morricone, di una bellezza struggente. Un capolavoro.

Perché leggere Uno,Nessuno e Centomila

Leggere rende persone migliori. Indubbiamente vero, ma non per tutti i libri. Solo per quelli che ci costringono a riconsiderare il nostro modo di pensare ed agire. In Uno, Nessuno e Centomila, Pirandello mette in discussione dalle fondamenta l’intero assetto del reale. Per questo è una lettura difficile, a tratti angosciante, che tuttavia ripaga con una prospettiva del tutto nuova.

La rivelazione di Vitangelo Moscarda 

Un giorno, apparentemente normale ma in realtà nefasto per il povero Vitangelo, la moglie Dida gli fa notare che il suo naso pende da un lato. Un dettaglio banale che scatena una crisi inimmaginabile: il modo in cui Vitangelo pensa che gli altri lo vedano non corrisponde affatto all’idea che essi hanno di lui. Inizialmente Vitangelo cerca di cogliere quest’immagine di sé “dall’esterno”, ma si rende ben presto conto che è impossibile vedersi vivere, ed anche se lo fosse, ognuno legge la realtà a suo modo e cioè sulla base delle proprie esperienze. 

Niente di nuovo, direte voi. Il problema è che ci illudiamo continuamente di essere Uno, ossia che gli altri ci percepiscano come quell’identità unitaria e coerente che sentiamo dentro di noi; siamo in realtà Centomila, in quanto ogni paio di occhi che si posa su di noi ci attribuisce una nuova forma (sciocco, simpatico, buffo, furfante…) che non possiamo conoscere ed ha pari dignità di esistere nella realtà altrui; infine, poiché non possiamo riconoscerci in nessuna di queste forme e nessuna di esse corrisponde alla nostra, siamo Nessuno. Complicato eh?

E i dati di fatto? Ci saranno pure alcuni elementi del reale che siano inopinabili ed uguali per tutti! Non secondo Pirandello. Anche i dati di fatto vengono filtrati dalla realtà altrui ed interpretati in maniera soggettiva, assumendo un significato differente da una persona all’altra. Ad esempio, il fatto che io sia Italiana avrà un significato molto diverso per una persona che ama l’Italia rispetto ad un’altra che, per qualche oscura ragione, la odi.

Uno Nessuno Centomila Golconda Magritte
Golconda, Magritte

Cosa me ne faccio dell’intuizione di Pirandello?

1. Un po’ di sano relativismo 

“E allora perché, santo Dio, seguitate a credere che la sola realtà sia la vostra, questa d’oggi e vi maravigliate, vi stizzite, gridate che si sbaglia il vostro amico, il quale, per quanto faccia, non potrà mai avere in sé, poverino, lo stesso animo vostro?”

In primo luogo, leggere Pirandello ci porta a fare un’esercizio: metterci nei panni altrui. Attenzione, quella di Vitangelo Moscarda non è empatia, al contrario, egli è così preso dalle sue speculazioni da non curarsi affatto delle emozioni altrui. La massima che però non esiste un’unica realtà e che ognuno di noi ne racchiude una individuale, probabilmente molto diversa dalla nostra, potrebbe aiutare ad interpretare il mondo in maniera più aperta e conciliante. 

[Spoiler Alert! Pirandello non ha una visione altrettanto ottimista. In Uno, Nessuno e Centomila, Vitangelo Moscarda porta il relativismo a conseguenze così estreme da non voler più attribuirsi nessuna identità e ritirarsi dalla società. Ecco, questo vogliamo evitarlo, ma un pizzico di relativismo può essere salutare.]

2. Evasione nella Natura

“Ah, perdersi là, distendersi ed abbandonarsi, così tra l’erba, al silenzio dei cieli; empirsi l’anima di tutta quella vana azzurrità, facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria! E l’aria è nuova, e tutto per un attimo è com’è, che s’avviva per apparire. Così soltanto posso vivere ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta di nuovo in me a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.”

Il rimedio di Vitangelo per la sua angoscia esistenziale è quello di lasciar perdere ogni forma, pregiudizio, struttura e sovrastruttura del reale per perdersi nella Natura. Vivere nel costante tentativo di immaginare come gli altri ci percepiscono ed incontrare le loro aspettative richiede uno sforzo immane e, secondo Pirandello, del tutto vano dato che non potremmo mai arrivare a conoscere del tutto la realtà altrui. 

Di certo Pirandello non era un guru della Mindfulness, eppure le sue parole sembrano invitarci a vivere il momento presente e liberare la mente dalle spirali di pensiero che troppo spesso offuscano il nostro giudizio ed intralciano la nostra serenità.

Una dato di fatto (seppur relativo)

Ognuno trarrà dalla lettura di Uno, Nessuno e Centomila insegnamenti, illuminazioni e riflessioni, secondo la propria personalissima realtà, ed è questo il modo in cui i grandi capolavori della letteratura ci rendono persone migliori.

Se non siete ancora convinti, vi porto una prova dell’effetto inverso, ossia di come scriverli sia determinante nella crescita personale dei loro autori. In una lettera, il figlio di Pirandello testimonia che scrivere Uno, Nessuno e Centomila è stato un percorso difficile e doloroso, più volte interrotto e rimandato, ma rivolgendosi al padre conclude: “con esso hai esercitato il tuo spirito. Come in atti di vita: non per diventare un più bravo letterato, ma per essere meglio te stesso, un migliore uomo.”.

Cecità di José Saramago

“Questo signore è colpevole della nostra infelicità. Stia calmo, in un’epidemia non ci sono colpevoli, ci sono soltanto vittime”.

“Siamo talmente lontani dal mondo che fra poco cominceremo a non sapere più chi siamo, neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo, e a che scopo, a cosa ci sarebbero serviti i nostri nomi, nessun cane ne riconosce un’altro, o si fa riconoscere, dal nome che gli hanno imposto, è dall’odore che identifica o si fa identificare, noi, qui, siamo come una razza di cani, ci conosciamo dal modo di abbaiare, di parlare, il resto, i lineamenti, colore degli occhi, della pelle o dei capelli, non conta, è come se non esistesse”

Cecità, José Saramago

Trama

Un uomo sta aspettando che scatti il semaforo verde quando, improvvisamente, il nulla. Bianco totale. Si tratta del primo caso di una misteriosa epidemia di cecità bianca che si diffonde gradualmente ma inesorabilmente. I mezzi di trasporto vengono abbandonati nelle strade deserte, i governi cercano di introdurre delle misure di contenimento e diffondono notizie false per arginare il panico. Solo alcuni immagini di quello che succede nel mondo perché la pandemia, in realtà, è l’espediente letterario per sondare il vero protagonista del racconto: l’animo umano. Seguiamo le vicende un manipolo di individui, i “primi ciechi”, isolati coercitivamente in un manicomio abbandonato: i primi tentativi di costituire una comunità, tramite regole consensuali di convivenza per mantenere l’ordine ed il rispetto di sé e degli altri; e poi l’innescarsi delle dinamiche dinamiche del potere, della sopraffazione, della violenza ingiustificata, in un’escalation di orrore che non lascia spazio ad un’idea di umanità portatrice di valori positivi.

Temi principali

La perdita di identità individuale – Il primo gesto che i “nuovi ciechi” compiono per vivere in comunità è quello di identificarsi. Spontaneamente però, nessuno si presenta per nome ma con il proprio ruolo: medico, tassista, commesso. In un mondo in cui i sembianti non esistono più, i nomi propri sembrano perdere valore, mentre i tratti stereotipati associati ai ruoli sociali consentono di orientarsi e fare ipotesi sui comportamenti e le capacità degli individui. Ma anche questa forma di identificazione non è destinata a durare: in un microcosmo di ciechi, cosa importa essere un oculista o un commesso? Senza più bussole, gli elementi fondanti della personalità individuale svaniscono uno dopo l’altro: aspetto, nome, ruolo… fino a ridurre gli uomini ad una condizione animalesca.

La coscienza morale – All’inizio del racconto, l’autore sembra suggerire che la coscienza morale sia insita nell’uomo, che sarebbe dunque in grado di distinguere giusto e sbagliato, anche al di fuori dalla società e dal sistema di regole che giudicano i comportamenti. Perché allora, nella comunità di ciechi di Saramago, l’ingiustizia e la violenza dilagano? 

Lo sguardo altrui ci rende responsabili. Se nessuno può vederci, puntare il dito, chiamarci a rispondere delle nostre azioni, di cosa saremmo capaci? Dipende dalla bussola morale di cui ciascuno di noi è dotato ed, in effetti, quando valutiamo le nostre azioni, immaginiamo spesso lo sguardo giudicante degli altri: “se mi vedesse mia madre!”. Nel racconto di Saramago sono in pochi ad esserne dotati, prevalgono infatti i mascalzoni, che traggono vantaggio dalla nuova impunità, partendo da piccoli furti per arrivare a prevaricazioni ben peggiori. 

Personaggi memorabili

“La moglie del medico” è l’unico personaggio misteriosamente immune dalla cecità, tramite i suoi occhi sappiamo ciò che realmente accade nel manicomio dei ciechi: il degrado, i gesti silenziosi, il lerciume. Inizialmente non prova che vergogna e senso di colpa: lei può osservare gli altri, ma questi sono inconsapevoli del suo sguardo, indifesi. Come Dante che, nel purgatorio, distoglie pudicamente lo sguardo dagli invidiosi con gli occhi cuciti con il fil di ferro, sembrandogli oltraggioso “veggendo altrui, non essendo veduto”. Poi cerca di aiutare i compagni ma quando la comunità di ciechi si moltiplica, prevale l’autoconservazione: se il suo segreto venisse scoperto “diventerei la serva di tutti, o peggio, la schiava di pochi”. Coloro che possono vedere ed orientarsi nel mondo sono la risorsa scarsa e, come ogni risorsa scarsa, viene accaparrata dai potenti. Esattamente quello che succede alle uniche donne fertili nel mondo distopico de Il Racconto dell’Ancella, che vengono assegnate ai potenti come strumento di riproduzione. Poter vedere diventa infine una condanna. “A cosa mi serve vedere. Le era servito per sapere dell’orrore più di quanto avesse mai potuto immaginare, le era servito per desiderare di essere cieca nient’altro che questo”.

Consigliato?

Lo stile di Saramago è davvero peculiare, non utilizza le virgolette né va mai a capo. Leggere il suo romanzo è letteralmente scalare un muro di parole ed anche dal un punto di vista dei temi trattati richiede un certo sforzo. La genialità delle idee ed il modo brillante con cui vengono espresse, ripagano abbondantemente.

Il Colibrì di Sandro Veronesi

“ Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi d’essere sempre andati avanti alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati al mondo: per costoro il punto di partenza ed il punto di arrivo coincidono. Poi ce ne sono altri che invece pur stando fermi percorrono una strada lunga ed avventurosa perche` e` il mondo a scivolare sotto i loro piedi, e finiscono molto lontano da dove erano partiti: Marco Carrera era uno di essi. Ormai era chiaro: la sua vita aveva uno scopo. Non tutte le vite lo avevano, la sua lo aveva.”

Il Colibrì, Sandro Veronesi

Trama

Il Colibrì di Sandro Veronesi racconta la storia di Marco, un uomo ordinario: oculista, padre di famiglia. Fino a che la sua vita non viene sconvolta dalla visita dello psicoanalista di sua moglie, che rompe il segreto professionale per metterlo a parte di una verità sconvolgente. In realtà, sebbene il romanzo si apra con questo espisodio, non è il primo degli eventi dirompenti nella vita di Marco, travolto da passioni, lutti inidicibili e gioie inattese. Nonostante Marco aneli alla stabilità, ad una vita ordinaria. Eppure, radici profonde lo tengono ben saldo al suolo mentre si trova nell’occhio del ciclone, permettendogli di andare avanti, continuando a riempire la propia vita di significato.

Idee centrali

La resilienza – Ci sono eventi della vita che pensiamo di non poter affrontare. ”Ne morirei”. Rimarremmo sopresi dalle risorse di cui disponiamo per affrontarli e per continuare a vivere, senza abbandonarci alla deriva. Marco è un esempio di resilienza perchè, nel momento più buio, compie il passo fondamentale: cercare aiuto negli altri. Chiama il suo amico psicoanalista Carradori (si, sempre lui), il quale gli ricorda che non possiamo attribuire ad un fattore esterno la nostra ragione di vita. Non possiamo illuderci di vivere “per mia figlia’” o “per mio nipote”. Prima di essere di alcuna utilità agli altri, dobbiamo trovare in noi stessi l’energia vitale per andare avanti, attraverso i piccoli piaceri della vita, i piccoli gesti e le passioni che ci rendono chi siamo.

Il coraggio dell’immobilità – Veronesi lo dice chiaramente. Viviamo in un’epoca che venera il cambiamento: lottiamo ogni giorno per migliorarci, reinventarci ed evolvere. Ci trasferiamo, cambiamo lavoro frequentemente, cambiamo persino partner quando le cose sembrano non andare per il verso giusto…abbiamo bisogno di quella scarica di adrenalina che il cambiamento porta con sè, ed assuefatti dalla disponibilità pressoche infinita di ogni cosa. Spesso ignoriamo che anche per restare fermi, per mantenere una relazione, per trovare nuovi stimoli nel lavoro e nel contesto in cui viviamo, ci vuole grande sforzo ed inventiva. Proprio come il colibrì che spende grande energia per librarsi immobile nell’aria battendo le ali ad una velocità incredibile.

Personaggio memorabile

Marco Carrera – Nonostante la sua vita venga scandagliata in lungo e in largo, Marco non è mai descritto fisicamente, eccetto per la sua statura. Eppure emerge dalle pagine come una figura compiuta, una personalità a tutto tondo: integra, positiva e luminosa. Un uomo che impara dai propri errori e vive all’insegna di valori solidi, tra cui il rispetto degli altri e di sè stesso.

Consigliato?

Decisamente si.

Come il linguaggio agisce sulla realtà: 1984 ed Il Racconto dell’Ancella

Nel 1973 l’antropologo Robert Levy notò che in alcune tribù Tahitiane il tasso di suicidi era inaspettatamente elevato e si rese conto che ciò era dovuto alla mancanza della parola, e del concetto, di “lutto” nel loro linguaggio. I membri della tribù non riuscivano ad articolare, interpretare ed affrontare il lutto perchè no ne possedevano la rappresentazione linguistica e concettuale. Levy chiamò ipocognizione questa sorta di cecità mentale indotta dal linguaggio, ed è stato poi comprovato da un esperimento americano che gli individui che non conoscono il nome di un certo fenomeno lo notano meno spesso di coloro a cui viene spiegato e “nominato”.

Nella letteratura contemporanea, ci sono diversi esempi in cui il linguaggio viene utilizzato per agire sulla realtà ed influenzare il comportamento degli individui. In alcuni casi creando nuove parole ed interi linguaggi, in altri eliminandone e sfruttando dunque l’ipocognizione.

In 1984 di Orwell, il partito al potere utilizza il linguaggio per imporre una nuova visione del mondo e nuove abitudini mentali. La “neolingua” viene creata per sottrazione, eliminando migliaia di parole dalla vecchia “archelingua”, non solo per impedire la formazione di qualunque idea reazionaria ma per minare l’autonomia di pensiero alle sue radici. Dal momento che le uniche parole superstiti indicano oggetti concreti ed azioni materiali, viene eliminata la capacità di astrazione, ciò che differenza gli uomini dagli animali e consente di elaborare teorie ed inventare strumenti tecnologici. L’ipocognizione viene dunque applicata sistematicamente e su larga scala: se nel caso di Tahiti si limita al lutto, in 1984 si estende a tutti i concetti astratti.

“A parte la soppressione di parole di carattere palesemente eretico, la riduzione del vocabolario era considerata fine a se stessa, e di nessuna parola di cui si potesse fare a meno era ulteriormente tollerata l’esistenza.”

Orwell, 1984

Nel Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood è l’abolizione dei nomi propri che ha un effetto alienante sugli individui e ne modifica il comportamento. La Atwood immagina una realtà distopica in cui il tasso di fertilità è ridotto ai minimi storici ed il potere politico è in mano ad ad gruppo di oligarchi che instaurano il peggior patriarcato immaginabile. Le donne fertili vengono strappate dalle loro case per essere assegnate alle famiglie dei potenti ed assumere il ruolo di strumenti riproduttivi. Diventano degli “uteri pensanti” il cui unico scopo è quello di assicurare alla casta dominante di accaparrarsi la risorsa scarsa: i bambini. Per soggiogare migliaia di donne e privarle della loro identità, i nomi propri vengono sostituiti da sorta di patronimico. La protagonista, ad esempio, si chiama DiFred in quanto appartiene a Fred, il capofamiglia, e l’unico scopo della sua esistenza è quello di generargli dei bambini. In un primo momento DiFred minimizza il ruolo del suo vero nome, “é come il numero di telefono, utile solo agli altri”, per poi rendersi conto che insieme al suo nome ha perso la capacità di concepirsi come individuo.

Entrambi gli esempi sono lungi dall’essere mere invenzioni letterarie, ne abbiamo riscontri nella storia e nella realtà contemporanea. La politica della dittatura Orwelliana sembra ispirata a quella dell’odierno governo cinese, in cui parole come “governo” o “comunismo” sono completamente censurate (indipendentemente dall’uso che se ne fa) per impoverire la comprensione della realtà e del contesto politico. La privazione dei nomi propri invece, ci ricorda la terribile realtà dei campi di concentramento in cui gli ebrei diventavano numeri, alienati dalla loro umanità.

Il linguaggio dunque non è solo un’entità astratta, senza un tangibile effetto sulla realtà, ma una forza che influenza il nostro modo di pensare ed agire. Il controllo delle parole infatti è uno degli strumenti a disposizione del potere politico per agire sulla società. Non solo nella finzione letteraria.

“The Game”, la rivoluzione digitale ed il dramma del novecento

“The Game” é il nome del mondo generato dalla rivoluzione digitale. Baricco, nei panni di uno zelante archeologo, indaga la sua origine ed evoluzione.

Il Game nasce quando un manipolo di nerd della Sylicon Valley trova il modo di “sciogliere” pezzi di mondo (suoni, colori, immagini) in un formato che permetta loro di viaggiare da un capo all’altro del pianeta in tempo reale: ossia una sequenza di 0 ed 1.

Il Game accelera quando i pionieri del digitale, dopo aver smaterializzato il mondo, lo mettono in movimento ed in comunicazione tramite internet.

Il Game decolla a velocità supersonica nel momento in cui queste potenzialità (tradurre il mondo in un formato veloce e condividerlo in tempo reale) vengono fornite a tutti e tutte, con la disponibilità diffusa di devices come computer e smartphones, e l’accesso gratuito al Web.

La portata di questa svolta è difficile da capire per noi millennials: mentre nel 900′ la produzione ed elaborazione di contenuti era stata appannaggio di un’elite che monopolizzava cultura ed informazione, con l’avvento del digitale la massa delle “persone comuni” e` in grado di formulare e diffondere la propria opinione, e comincia effettivamente a farlo, derterminando il sistematico sfaldamento dei privilegi delle elite novecentesche (professori e specialisti, i cosiddetti “sacerdoti del sapere”).

In un rovesciamento di prospettiva, Baricco sostiene che non si trattava di un effetto collaterale, non anticipato, della rivoluzione digitale. I suoi pionieri miravano davvero a cambiare il mondo e, trattandosi di nerd informatici, lo facevano sfruttando cio` che meglio sapevano fare: creare nuovi strumenti, tool, devices.

Questa spinta incredibile ed irrefrenabile aveva origine dal disastro del novecento: si doveva impedire il ripetersi dei terribili causati da rigide ideologie, per le quali la formulazione delle idee, del sapere convidiso e persino la versione ufficiale segli eventi storici, erano detenute da un manipolo di individui.

Per capire quello che intende Baricco basta prendere 1984 di Orwell. Nella dittatura Orwelliana, Il Socing, ossia il partito del Grande Fratello, controlla ogni aspetto della realtà: la comunicazione dei fatti contemporanei e, soprattutto, la versione ufficiale del passato. La realtà non ha più un’esistenza oggettiva in quanto il partito “detiene a un tempo il controllo integrale di tutti I documenti e delle menti dei suoi affiliati”. Se ogni documento del passato viene modificato per adattarlo alla versione ufficiale ed ogni individuo vi crede fermamente, che importanza ha la verità dei fatti?

Niente che non sia successo davvero: Stalin faceva modificare le foto ufficiali in modo tale da cancellare coloro che erano stati suoi sostenitori, prima di essere eliminanti durante le grandi purghe. Costoro venivano non solo eliminati fisicamente ma cancellati dalla Storia.

Tornando a The Game, questo nuovo mondo nasce dunque dalla volontà di frantumare per sempre il monopolio dell’informazione e di lanciare una chiara sfida: provi il dittatore di turno a modificare le migliaia di immagini e testimonianze di fatti storici che si diffondono viralmente sul Web.

Il Game è tutt’altro che perfetto, ma ci ha fornito di una capacità critica senza eguali nella storia: ossia la possibilità di confrontare molteplici opinioni su ogni fatto della realtà, espressioni di background, culture e fasce d’età diverse, senza restare bloccati nella propria “camera di risonanza”, in cui le opninoni iniziali non vengono che riconfermate. Un vero super potere che abbiamo il privilegio di usare per farci strada nella giungla di contenuti e formarci una nostra idea del mondo.

La malvagità umana da Marina Abramovic a Bulgakov, passando per Baron-Cohen

Nel 1973 l’artista Marina Abramović mette in scena una performance sbalorditiva, Rythm 0, composta da tre elementi. Il primo è un tavolo con 72 strumenti allineati, alcuni apparentemente innocui come un mazzo di rose o delle piume, altri decisamente meno: catene, coltelli, una pistola carica. Il secondo è un cartello con le istruzioni: “Ci sono 72 oggetti su questo tavolo che potete utilizzare su di me come desiderate. Io sono un oggetto. Mi assumo la totale responsabilità. La durata della performance è di sei ore”. In un primo momento, il tutto si svolge in maniera innocente, il pubblico le fa bere dell’acqua o le porge le rose. A un certo punto però, qualcosa scatta nella mente dei partecipanti che tagliano i suoi vestiti lasciandola seminuda, le conficcano le spine della rosa nell’addome e le mettono in mano la pistola carica puntandogliela alla tempia. Improvvisamente la platea si polarizza tra “buoni” e “cattivi”. Per fortuna prevalgono i primi, probabilmente salvando la vita dell’artista. 

Negli anni 30’ Michail Bulgakov scrive un’opera geniale, Il Maestro e Margherita, il cui fulcro è la discesa del diavolo a Mosca nelle vesti di un misterioso prestigiatore straniero. Il diavolo e i suoi aiutanti mettono in scena uno strano spettacolo di varietà, in cui si prendono in gioco dell’alta società Moscovita con una serie di numeri che scatenano le più disparate reazioni nel pubblico. In primo luogo, una pioggia di banconote cade sui partecipanti, i quali reagiscono come possiamo immaginare: rovistano sotto i sedili, saltano sulle poltrone per acciuffare i biglietti e si picchiano per accaparrarsi il bottino.

“L’eccitazione cresceva ovunque e non si sapeva dove si sarebbe andati a finire se Fagotto non avesse fermato la pioggia di denaro…!”

Poco dopo, quando l’ignaro presentatore insiste nell’affermare che si tratta solo di un gioco di prestigio e il trucco verrà svelato, il mago lo indica e chiede agli spettatori quale punizione dovrebbe infliggergli per queste affermazioni menzognere. Una voce severa si alza dalla platea, “Strappargli la testa dal collo”, provocando l’ilarità dei perfidi assistenti del diavolo che procedono con la decapitazione del presentatore. A quel punto, voci femminili invocano pietà e il diavolo interpella nuovamente il pubblico chiedendo se sia il caso di perdonarlo. Gli astanti pregano che il malcapitato venga risparmiato e il diavolo esegue, riflettendo pensierosamente:

“Sono uomini come tutti gli altri uomini. Amano il denaro, ma è sempre stato così… L’umanità ama il denaro di qualunque cosa sia fatto, di pelle, di carta, di bronzo o d’oro. Si, gli essere umani hanno pensieri irresponsabili…Che fare?… Del resto, anche la misericordia qualche volta bussa al loro cuore…Persone comuni…Ricordano quelli di prima…”

Bulgakov scrive il suo romanzo ben prima che la performance art si affermi ma descrive uno spettacolo in cui il protagonista è il pubblico, o meglio la sua reazione, e il cui scopo è quello di metterne a nudo la natura più profonda. E’ affascinante notare come la performance immaginaria di Bulgakov si sviluppi nello stesso modo di quella reale della Abramović, in un’escalation di violenza che dapprima cresce indisturbata e viene poi interrotta dai “salvatori” che evitano la degenerazione finale.

Che cosa è scattato nella mente del pubblico? Dovremmo immaginarci una platea composta per metà da cattivi e per metà da buoni? E cosa sono in realtà bontà e cattiveria?

La spiegazione più comune della malvagità umana è quella religiosa per cui il male è un dato di fatto. In una visione manichea per cui Dio esiste e, di conseguenza, il suo opposto: il Diavolo. Nel suo saggio “La scienza del male”, Simon Baron-Cohen rifiuta questa “non spiegazione” e cerca di darne una scientifica attraverso il concetto di empatia. I gesti malvagi si spiegano – mai giustificano – con lo spegnimento dell’empatia nei confronti degli altri esseri umani che cessano di essere individui con sentimenti, paure, bisogni, per diventare un oggetti inanimati. Secondo Baron-Cohen, l’erosione empatica può essere temporanea, causata da emozioni corrosive come rabbia o paura, o definitiva. Ciascuno individuo, infatti, possiede una certa dotazione di empatia che dipende da un mix di fattori innati ed ambientali (determinati geni, l’educazione emotiva, esperienze traumatiche durante l’età dello sviluppo etc.).

Il pubblico delle due performance ha perso, almeno temporaneamente, ogni moto empatico nei confronti dell’altro. Nel caso della Abramović, l’artista chiede espressamente di essere trattata come un oggetto – di spegnere l’empatia dunque – al punto che anche “i buoni” rimangono a guardare durante prime ore della performance. Quando infine, dopo le sei ore pattuite, Marina Abramović si alza e comincia a camminare verso i partecipanti, questi scappano via tra paura e shock, avendo realizzato che il manichino che avevano maneggiato fino a quel momento era in realtà una essere umano. 

Il piacere della lettura secondo Proust

“Non ci sono forse giorni della nostra infanzia vissuti più pienamente di quelli che abbiamo creduto di aver lasciato senza viverli, quelli trascorsi insieme a un libro prediletto” 

Nel breve saggio “Il piacere della Lettura”, Proust ci regala meravigliose riflessioni sulla lettura, descrivendo il piacere di perdersi tra le pagine ed il senso di smarrimento al termine del romanzo amato. Dichiara poi qual’è il ruolo che la lettura dovrebbe rivestire nella formazione di ogni individuo.

La trattazione si apre con il tentativo, perfettamente riuscito, di richiamare alla mente l’atto psicologico della lettura. Proust lo fa ricordando le proprie letture giovanili: momenti di dimenticanza di sé e immersione totale nei pensieri di qualcun altro, in cui il mondo esterno può solo momentaneamente distrarre dalle pagine, alle quali la mente è totalmente avvinta.

Un’immagine talmente efficace che perdersi nei propri ricordi, accantonati in qualche angolo della memoria, è inevitabile. Ho ricordato la dolcezza delle letture estive, nel caldo nel primo pomeriggio, cullata da un’amaca all’ombra di un ulivo; i pomeriggi di studio al liceo, quando poggiavo il mio romanzo preferito di quegli anni accanto al libro, pregustando il momento in cui avrei finito i compiti per il giorno dopo e mi sarei finalmente dedicata alla lettura; la breve lettura rubata durante la più bella vacanza al mare con i miei amici quando, prima di cena, mi ero un brevemente ritirata nella mia camerata per leggere alcune pagine di un giallo di Agatha Christie; infine, le serate d’inverno quando dopo cena, leggevo coricata nel mio lettino fino a che non cadevo addormentata con il libro poggiato sul petto e mio padre veniva a riporlo e a spegnere la luce con un sorriso affettuoso. 

L’autore ci fa notare come siano i momenti che hanno accompagnato la lettura a rimanere impressi nella nostra memoria piuttosto che il contenuto delle pagine, ormai dimenticate. Momenti che però sono resi ancora più vividi e piacevoli da quella sorta di “stato di grazia” che quelle stesse pagine ci hanno regalato. 

Ed una volta finito il libro? Ogni lettore appassionato avrà sperimentato il senso di vuoto lasciato da “quelle creature a cui si era concessa più attenzione e tenerezza delle persone della vita, non sempre osando confessare fino a che punto le si amava.[…] Avremmo tanto voluto che il libro continuasse e avere altri ragguagli su tutti quei personaggi, sapere qualcosa della loro vita di adesso, impiegare la nostra in cose che non fossero totalmente estranee all’amore che ci avevano ispirato”.

Ecco spiegato  il motivo per cui molti scrivono le cosiddette fan-fiction, racconti che immaginano episodi precedenti o successivi agli eventi di un romanzo e che permettono ai loro autori e lettori di restare ancora un po’ a contatto con i loro personaggi prediletti. O ancora, la ragione che mi portava, da adolescente, a copiare tutte le letture delle protagoniste dei miei romanzi preferiti, spesso accanite lettrici, in modo da potermi platonicamente avvicinare a loro.

Una volte evocate le gioie della lettura, Proust riflette sul ruolo che questa dovrebbe rivestire nella nostra vita interiore, mettendoci in guardia dal più grande errore che i lettori “forti” spesso commettono: quello di considerare i libri come detentori di verità assolute, indiscutibili. 

“Avevo la sensazione che la bellezza delle loro frasi corrispondesse ad una realtà di cui l’autore si limitava a lasciare intravedere solo un lembo minuscolo. Avrei voluto che mi dicesse, lui, unico saggio detentore della verita, cosa dovevo pensare di preciso di Shakespeare, Saintine, Sofocle, Euripide…; avrei voluto soprattutto che mi dicesse se avevo più possibilità di raggiungere la verità ripetendo o no la sesta e diventando più la diplomatico alla corte di cassazione” 

Ci mette in guarda dalla tentazione, dettata da paura o pigrizia intellettuale, di demandare a qualcun altro la formulazione della verità, in questo caso un autore stimato. Ci aspettiamo che sia Lui a dirci quello che è giusto o sbagliato, consigliarci come agire nella nostra vita e dotarci di opinioni fatte e finite, senza dover compiere lo sforzo di elaborarne di nostre. Si perché farsi una propria idea del mondo è faticoso, ci richiede di riflettere, ascoltare pareri diversi e magari contrastanti, collegarli e sintetizzarli.

“La nostra saggezza inizia dove finisce quella dell’autore”

Per quanto possiamo amare i libri dobbiamo astenerci dal rivestirli di un’aurea di sacralità perché come dice Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano, “mi troverei molto male in un mondo senza libri ma non è lì che si trova la realtà dato che non vi è per intero.” Non ci resta dunque che sceglierli con cura, leggerli, amarli e farci ispirare da essi, senza considerarli rappresentazioni fedeli della realtà ma utili strumenti per interpretarla.

Memorie di Adriano, le riflessioni di un uomo e di ogni essere umano

“Qui ti offro un racconto scevro di preconcetti ed astrazioni, tratto dall’esperienza di un uomo, me stesso”

Marguerite Yourcenar- Memorie di Adriano

Non è un romanzo storico, eppure è una narrazione verosimile che ha come protagonista un imperatore romano; non è un saggio di filosofia, eppure contiene stupende riflessioni filosofiche sulla vita, la morte, la conoscenza… Di cosa si tratta dunque? Di un’opera unica, per la profondità di contenuti e per il la bellezza con cui sono espressi.

Adriano parla in prima persona, è un uomo anziano per la sua epoca, ed è mortalmente ammalato. Scrive una lunga lettera al suo successore Marco Aurelio in cui ripercorre a grandi linee la sua vita, affidandosi più al suo flusso di coscienza che alla successione cronologica degli eventi.

La genesi dell’opera è affascinante. Marguerite Yourcenar ha speso anni della sua vita a ricercare una sorta di vicinanza spirituale con Adriano, leggendo tutto il materiale esistente e trascorrendo innumerevoli ore a Roma, presso la celebre villa Adriana. Lo sforzo dell’autrice è stato quello di ritrarsi, di annullare la propria persona, per fare spazio ad Adriano…come se lo spirito dell’imperatore potesse parlare tramite la sua penna. In questo modo emerge Adriano, l’uomo. Non l’imperatore, non il romano vissuto nel secondo secolo dopo cristo ma l’uomo nella sua essenza più profonda, che attraversa le epoche.

Tre aspetti che accomunano Adriano, Marguerite Yourcenar ed ognuno di noi

Adriano apre la sua lettera con una riflessione sui piaceri più fondamentali e basici dell’esistenza umana che diamo per scontati fino al momento in cui, a causa della vecchiaia o della malattia, non possiamo più goderne. Ricorda con nostalgia il semplice gesto di bere l’acqua pura della sorgente dall’incavo delle mani: “oggi, anche l’acqua è una voluttà che un malato come me deve concedersi con misura”. Più di ogni altro cosa però, rimpiange un piacere prezioso che lo ha ormai abbandonato: il sonno. “Chi dorme poco o male, sostenuto da molti guanciali ha tutto l’agio per meditare su questa voluttà particolare.”  Qui la gioia del sonno, come oblio che rigenera la mente ed il corpo, ricorda in netto contrasto il racconto Funes della Memoria di Borges: una drammatica rappresentazione dell’insonnia in cui il protagonista ricorda ogni singolo istante e dettaglio di ciò che sperimenta durante la veglia o il sogno e non può mai trovare ristoro nel sonno, se non immaginandosi un quartiere della città che non ha mai visto e non può dunque ricordare.

“Gli era molto difficile dormire. Dormire significa distrarsi dal mondo; Funes, sdraiato sulla branda, nel buio, si figurava ogni scalfittura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano. (Ripeto che il meno importante dei suoi ricordi era il più minuzioso e vivo della nostra percezione d’un godimento o d’un tormento fisico). Verso est, in fondo al quartiere, c’era uno sparso disordine di case nuove, sconosciute. Funes le immaginava nere, compatte, fatte di tenebra omogenea; in questa direzione voltava il capo per dormire”.

Jorge Luis Borges- Funes della Memoria

Nulla è più umano della ricerca di senso. Ricerchiamo il senso di ogni simbolo, parola, gesto ed infine, della nostra vita. Adriano lo fa al crepuscolo della propria esistenza, con un tono pacato e decantato dalle grandi passioni della giovinezza. In un passo meraviglioso, egli paragona la propria vita al versante di una montagna in cui diversi materiali si sono stratificati nei secoli. Cerca di trovare un piano in quella struttura, una vena d’oro o di piombo, un corso d’acqua ma “affiorano qua e là i graniti del caso, ovunque le frane dell’inevitabile”. Allo stesso modo si illude di scorgere una fatalità in una catena di eventi della propria vita, un incontro o un accadimento. Un’illusione di breve durata, “vi sono troppe vie che non conducono in alcuno luogo, troppe cifre che sommandole non danno alcun totale.”

In tutta l’opera poi, è costante la ricerca di se stessi, della propria identità, tramite una continua autoanalisi. Troppo spesso cadiamo nell’errore di semplificare i personaggi della storia, immaginandoli come sagome: “l’imperatore”, “lo statista”, “il soldato”. Dimentichiamo che nella loro percezione di sé stessi queste etichette saranno state solo una delle mille sfaccettature della loro identità. “Regnavano in me di volta in volta personaggi diversi, nessuno dei quali molto a lungo; ma presto quello esautorato riconquistava il potere: l’ufficiale meticoloso, fanatico della disciplina, pronto a dividere con gioia le privazioni della guerra con i suoi uomini; il malinconico sognatore di dei; l’amante pronto a tutto per un istante di ebbrezza.” In una visione Shakespeariana della vita come palcoscenico su cui si alternano diversi personaggi, Adriano rappresenta la sua maturazione di uomo come l’intervento di un’ultima figura: “un direttore di compagnia, un regista” che conosce i nomi degli attori, sa come regolarne le entrate e le uscite, come limarne le battute. Conoscersi, dunque, significa rassegnarsi al fatto che non esiste una categoria univoca che possa racchiudere la nostra complessa personalità, e capire quali sono i contesti migliori in cui esprimere ognuno degli aspetti che la compongono.

Memorie di Adriano va dunque letto assaporando ogni pagina e, magari, immaginandosi un attore su un palcoscenico buio eccetto che per un cono di luce, che recita questo meraviglioso monologo sul mistero della vita. Chi sia questo attore, se l’imperatore o l’alter ego di Marguerite Yourcenar, non ha alcuna importanza.

Il Realismo Magico: Allende, Marquez e Borges

Realismo magico. Un genere affascinante a partire dal suo nome: un ossimoro che incuriosisce, evoca immagini contrastanti e racchiude una definizione.

“Genere artistico o letterario in cui la narrazione realistica è combinata con elementi surreali relativi al sogno o alla fantasia”.

Tra i più celebri esponenti si annoverano tre autori sudamericani, Isabel Allende, Gabriel Garcia Marquez e Jorge Luis Borges, che ci hanno regalato alcuni meravigliosi classici della letteratura mondiale: rispettivamente “La casa degli Spiriti”, “Cent’anni di solitudine” e “Finzioni”. La loro espressione del realismo magico è profondamente diversa, tanto da farci riflettere sulla sua stessa esistenza come genere letterario.

In cosa si differenziano? Perché è così difficile catalogarli sotto la stessa etichetta e, soprattutto, perché dovremmo assolutamente leggerli?

Il realismo magico de “La casa degli spiriti” e “Cent’anni di solitudine”

Questi due romanzi hanno numerosi aspetti in comune. Sono entrambi saghe familiari che abbracciano dalle tre alle sette generazioni di due famiglie sudamericane, i Buendia e i Trueba, ne raccontano gli intrecci, le turbe ataviche e i profondi cambiamenti che subiscono nel corso delle epoche. In entrambi, lo spiritismo sudamericano è una presenza imprescindibile: la morte è un fatto della vita ed il confine tra il mondo dei vivi e l’aldilà è sottile o non esiste affatto.

I due autori tuttavia, trattano l’elemento “magico” in maniera molto diversa. “La casa degli spiriti” è ambientato in un contesto riconoscibile, il Cile della prima metà del Novecento, ed è costellato di alcuni elementi fantastici, che fanno capolino qua e là, impreziosendo la trama: una ragazza di una bellezza ultraterrena con capelli verdi ed occhi gialli, una bambina che riesce a muovere i tavolini con la mente e comunicare con gli spiriti.

In Cent’anni di solitudine il surreale è profondamente intessuto nella realtà, a partire dal paese immaginario che fa da sfondo agli eventi: Macondo, collocabile da qualche parte in sud America in un’epoca indefinibile. Questo piccolo paesino viene colpito da eventi inspiegabili, accettati senza alcuno stupore dagli abitanti: si diffonde un’ epidemia dell’insonnia per cui gli abitanti non possono dormire ma non avvertono la stanchezza, una pioggia torrenziale si abbatte senza sosta per tre anni, una pia ragazza si libra in cielo e sparisce tra le nuvole…Sono tutti elementi irrilevanti nello svolgimento della trama che provocano un senso di straniamento e stupore, una curiosa dissonanza.

Due espressioni di una fantasia portentosa, soprattutto quella di Marquez, che tuttavia trovano le loro radici nella cultura sudamericana. Lo dice lo stesso Marquez nelle sue lettere: “Mi era rimasta di traverso questa storia dove le stuoie volano, i morti resuscitano, i preti levitano bevendo la cioccolata ed altre mille assurdità che costituiscono il vero mondo dove tu e io siamo cresciuti, e che è l’unico che conosciamo”. Sia Marquez che la Allende vogliono raccontare le verità della propria terra: “il sentimentalismo, la melodrammaticità, le superstizioni, la bigotteria e la retorica delirante, ma anche la vera poesia e il senso dell’umorismo che rappresentano la nostra vita di tutti i giorni”.

Ed è qui che arriva il bello

Il realismo magico sembra essere dunque un mondo in cui le credenze popolari, la superstizioni e lo spiritismo diventano realtà. Ed è qui che i racconti di Borges arrivano a scardinare tutto quello che pensavamo di aver capito.

In Borges, non vengono inseriti alcuni elementi fantastici in un contesto verosimile ma i meccanismi fondanti del reale vengono completamente scardinati. I personaggi sono sagome accennate, praticamente irrilevanti, perché sono le situazioni impensabili ed il simbolismo a fare da padroni.

Nel racconto la lotteria di Babilonia, ad esempio, i destini degli abitanti della città vengono venduti alla lotteria che determina chi tra loro sarà l’assassino, chi la vittima, chi si arricchirà e chi cadrà in disgrazia. In una assurda ricostruzione della casualità che non è più…casuale.

Perché dovrei leggerli

La Casa degli Spiriti, oltre ad essere una storia bellissima e ricca di figure indimenticabili, ci fa ripensare a noi stessi come alla somma di molteplici vissuti che si sovrappongono, depositari di abitudini ereditate da chissà quale avo e turbe ancestrali delle quali non siamo nemmeno consapevoli. Ci invita a fare un passo indietro e a considerare la nostra esperienza di individui come il risultato di un flusso di avvenimenti incontrollabile, una sorta di spirito della Storia.

Cent’anni di Solitudine, come si evince dal titolo stesso, descrive i mille modi in cui un individuo può chiudersi in se stesso: la vecchiaia, la paura del mondo, l’ignoranza, l’alterigia, l’ideologia. Ciascuno di questi motivi ci allontana dallo sguardo altrui, l’unico strumento che abbiamo per metterci in prospettiva e capire i nostri errori.

Finzioni va letto con lo spirito avventuroso del pioniere che si avventura in una terra sconosciuta, in cui tutto è capovolto. I racconti di Borges, come certe opere di arte moderna, lasciano uno spazio interpretativo che spetta al lettore colmare. Per questo non si finisce mai di leggerli: assumeranno un significato diverso non solo da un individuo all’altro, ma anche in diversi momenti della vita di una stessa persona, diventando così lo specchio del nostro animo.

I modi in cui leggere ti cambia la vita

Non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.

— Italo Calvino.

Poco tempo fa un amico mi ha domandato “A cosa serve leggere romanzi? Io leggo solo saggi che danno consigli utili, da mettere in pratica nella vita quotidiana e nel lavoro. Se ho voglia di svagarmi con una storia, guardo un film o una serie tv.” Sul momento la domanda mi ha lasciata senza parole: non immaginavo che qualcuno potesse considerare inutile una delle attività che amo di più al mondo. Riflettendoci, mi sono resa conto che leggere romanzi non è solo estremamente piacevole ma ha anche un impatto profondo sul nostro modo di essere.

Leggere prepara alla vita

Il nostro cervello è una macchina produttrice di ipotesi: non fa altro che generare migliaia di simulazioni al minuto e solo una piccolissima parte di esse emerge a livello conscio. Ciò vale per tutte le piccoli e grandi scelte quotidiane: non siamo consapevoli di tutti gli scenari che abbiamo valutato prima di compierle. Quando leggiamo di avvenimenti emotivamente forti, come l’innamoramento o il lutto, li viviamo nella nostra mente ed incameriamo quelle suggestioni. In questo modo leggere prepara alla vita: aiutandoci ad inserire nella nostra cassetta degli attrezzi interiore le strutture mentali e gli schemi valoriali per affrontare gli avvenimenti futuri. Il vantaggio è che lo facciamo nel “safe-space” dell’immedesimazione letteraria, piuttosto che nella giungla della realtà. Quest’argomentazione potrebbe sembrare debole ad una persona estremamente pragmatica, perché è impossibile ricollegare le reazioni emotive di oggi ad un libro letto dieci anni prima. Eppure, quando rileggiamo a distanza di anni un libro per noi significativo, determinate scene fanno risuonare le nostre corde interiori, a riprova dell’impatto che quell’esperienza indiretta ha avuto su di noi.

Leggere educa alle emozioni

Un aspetto fondamentale dell’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere le emozioni altrui. Non è affatto scontato che un individuo riesca a cogliere ed interpretare la sofferenza o la felicità dell’altro, gli autistici non sempre riescono a farlo. Ciò sarebbe dovuto ad una carenza nelle abilità sociali che permettono di leggere istintivamente gli altri e capire se sono arrabbiati o felici dalla loro espressione e dal linguaggio del corpo, semplificando, di “mettersi nei panni altrui”. L’autismo è un disturbo dai contorni così sfumati che l’aggettivo autistico viene attribuito anche ad individui che di certo autistici non sono, per indicare un certo grado di chiusura verso gli altri e la difficoltà nel leggerne le emozioni.

I romanzi sono l’espressione nero su bianco di emozioni. Leggendo ne scopriamo l’infinita gamma, impariamo a nominarle e a riconoscerle. Ma c’è un elemento ulteriore: quando leggiamo, a differenza di altre forme di intrattenimento come guardare un film, viviamo in maniera molto più personale gli avvenimenti. Li immaginiamo nella nostra mente, attribuendovi contorni e sfumature che derivano dalle esperienze passate e in generale da tutte le informazioni immagazzinate nella memoria. Questo imprinting emotivo non può che accrescere l’empatia di ciascuno di noi, ossia la capacità di vivere come proprie le emozioni altrui. Anche se in modo imprevedibile dunque, leggere arricchisce il nostro mondo interiore: ci rende più empatici, compassionevoli ed aperti agli altri.

Doverosa postilla

Queste caratteristiche non si applicano a tutti i libri con la stessa intensità. Di certo valgono per quei libri che hanno resistito alla prova del tempo, in quanto hanno colto una o molte sfaccettature dell’essenza più profonda dell’uomo. Quei libri che riescono a parlarci e a farci emozionare anche a secoli di distanza e indipendentemente dalla provenienza geografica e culturare dell’autore. Mi viene sempre in mente uno dei primi classici al mondo: l’Iliade, composta intorno al VI secolo a.c. da un uomo vissuto probabilmente in Asia Minore, eppure una miniera di figure così profondamente umane che ognuno di noi può ritrovarsi nel dolore lancinante di Achille che perde il suo amico Patroclo o nella disperazione di Andromaca che saluta il marito Ettore prima della battaglia, consapevole che potrebbe essere il loro ultimo incontro. Solo alcune grandi opere riescono a compiere la magia: coinvolgerci in maniera così personale da cambiarci in modi imprevedibili.

Secondo questo articolo del Guardian ciò sarebbe dovuto al fatto che determinate storie richiedono una lettura “attiva”, in quanto il lettore non è guidato passo passo nell’interpretazione ma deve fare un passo in più e colmare gli spazi lasciati dall’autore. Se i romanzi di Sophie Kinsella mandano un messaggio chiarissimo: la protagonista ama fare shopping ed ha mille problemi di cuore, le storie di Borges in Finzioni sono tutt’altro che facilmente afferrabili e lasciano uno spazio interpretativo che ogni lettore colmerà in modo unico, riflettendovi la propria personalità.

Anche se questi effetti possono suonare astratti, sono convinta, parafrasando Calvino, che saremo persone migliori dopo aver letto i Classici che prima di averli letti.