Due ma a tratti anche Tre
“Due” di Irène Némirovsky si apre come la classica storia romantica: lui, Antoine, ama lei, Marianne, la quale lo ricambia. I due sono giovani rampolli della ricca borghesia degli anni venti, affamati di vita e desiderosi di trascorrerla tra balli, feste e avventure amorose, per scacciare il recente incubo delle trincee. L’amore, però, non è l’idillio che immaginano. La passione e il gioco dei primi mesi vanno lentamente scemando e, quando Antoine chiede a Marianne di sposarlo, la fiamma si è ormai spenta. Antoine la cerca nella relazione con Evelyne, sorella di Marianne nonché sua versione giovane, fresca, non ancora appesantita dal tempo e dalla maternità. Nonostante l’intensità dei suoi sentimenti per l’amante, tuttavia, a fine giornata non può fare a meno di tornare a casa da Marianne. Il legame con la moglie non è fatto di amore o passione ma di sicurezza, profonda amicizia, certezza dell’altro, ed è per questo indissolubile.
“La passione sembra un dono di Dio, “troppo bello per essere vero”. Si sente che Lui ce la concede per un certo tempo; quello che mi lega a mia moglie è una cosa tutta nostra…conquistata a fatica, accumulata lentamente, distillata come un miele.”

Individui o coniugi?
Némirovsky è celebre per la sua capacità di interpretare e trasmettere il sentire della propria epoca: un periodo di grandi cambiamenti in cui le donne cominciano a rivendicare la loro indipendenza e la società sta diventando sempre più laica. Questa cesura si riflette nella storia dei protagonisti che, da un lato, cercano di preservare la propria individualità lottando per i propri desideri ma, dall’altro, non riescono ad abbandonare l’idea tradizionale di matrimonio che prescrive di abbandonare obiettivi, speranze e sogni per nutrire solo quelli della coppia, cessando di essere individui per diventare “una sola carne”.
Antoine come Kirkegaard
“Gli pareva che con l’età la somma dei doveri e delle responsabilità continuasse a crescere e finisse con l’opprimerlo in modo tale che lui stesso, Antoine, con i suoi desideri, le sue passioni, era soffocato da un altro Antoine, creato da tutto quello che esigevano da lui i parenti, i familiari, i rapporti di lavoro, la moglie e i due bambini.”
Nell’intimo di Antoine, questo conflitto si traduce in una continua battaglia tra desiderio e dovere che ricorda l’angoscia di Kirkegaard nella scelta tra “vita estetica” e “vita etica”. L’Antoine “Don Giovanni” vive nel presente, nella continua ricerca del piacere intenso e sempre rinnovato che può ricevere dalla sua amante: una distrazione dalle incombenze della vita, tanto vivida quanto passeggera. A un certo punto, però, questa esistenza si rivela in tutta la sua precarietà e disperazione. Antoine cerca quindi un porto sicuro tra le mura domestiche, dove tutto è un compito o un’aspettativa altrui, vestendo i panni del “padre di famiglia”. La vita matrimoniale è fonte di una pace interiore che l’avventurosa relazione extra-coniugale non potrà mai dargli: rimane l’ultima roccaforte di serenità, fiero baluardo contro le malattie, l’indifferenza dei figli e la paura della morte.
Farfalle nello stomaco e ceramiche infrante
A dispetto della copertina rosa con il duetto danzante in primo piano, l’autrice restituisce un ritratto realistico, profondo e cinico della vita di coppia, in cui non mancano le farfalle nello stomaco e le struggenti attese ma nemmeno i piatti rotti e la gelida indifferenza. Se nella lettura si cerca soltanto l’evasione in un mondo ideale, questo romanzo potrebbe essere deludente perché demistifica diversi pilastri sociali, persino il rapporto con i figli, descritto come fonte di grandi seccature e delusioni quando i genitori si rendono conto di non poter garantire alcuna felicità ai propri rampolli. Se, invece, si considerano i libri come forieri di nuovi punti di vista, “Due” può essere un valido strumento per guardare alle relazioni da una lucida, graffiante prospettiva.