Follia di Patrick McGrath, un’Anna Karenina moderna

Siamo nell’estate del 1959 e Max è appena stato assunto come psichiatra in un manicomio vicino Londra, dove si trasferisce con la famiglia. Il rapporto con la moglie Stella si fonda sull’abitudine e il senso del dovere: lei cura la casa e il figlio, si assicura che il marito trovi un piatto caldo la sera; lui si dedica alla carriera. Una relazione erosa nelle fondamenta e destinata a crollare in pezzi quando Edgar Stark, tenebroso paziente della clinica, le rivolge inequivocabili attenzioni sessuali. Stella prova invano a ignorare l’attrazione nei confronti dell’uomo, per poi abbandonarsi febbrilmente tra le sue braccia. Non si lascia dissuadere nemmeno quando Peter Cleave, collega del marito, le fa sapere che Edgar si è macchiato di un brutale uxoricidio. Stella è ormai in uno stato al confine tra lucidità e follia che la porterà a compiere gesti inimmaginabili, sotto gli occhi volutamente ciechi del marito.

Sebbene il narratore sia Peter Cleave, amico e collega di Max, Stella è il vero fulcro del romanzo. È la sua interiorità a essere oggetto di interesse, mentre la psicologia degli altri personaggi sembra accessoria, perfino quella del conturbante e mortifero Edgar. L’incontro con l’amante porta Stella a un confronto violento con la realtà del suo matrimonio e la spinge a cercare una nuova libertà e autenticità. Se di atto volontario si può parlare. Stella ripete con insistenza di non aver mai avuto la possibilità di scegliere, come se, da essere umano dotato di libero arbitrio, si fosse trasformata in un corpo inerte in caduta libera. La forza che la attrae verso il basso è un romanticismo malato che la porta a inseguire una realtà ideale e totalmente irrazionale.

“Aveva perso il controllo. Non si controlla un innamoramento, mi disse, non è possibile. E la divertiva che fosse potuto accadere in questo modo, con quest’uomo. Un paziente. Un paziente che lavorava nell’orto. Stella, le dissi, non potevi fare una scelta più scriteriata. La verità, mi rispose, è che non ho scelto affatto.”

Stella è un personaggio pirandelliano: inizialmente cerca di tirare la “corda civile”, quella che la porterebbe a sopprimere l’attrazione per Edgar per mantenere i ruoli di moglie e madre; una pulsione irresistibile la porta poi a tirare la “corda pazza”, sovvertendo la vita che ha condotto fino a quel momento. Stella trova così la lucidità del folle: non è più in grado di tollerare la pantomima della sua esistenza e deve agire. Ricorda due antenate letterarie, Madame Bovary e Anna Karenina, entrambe colte da una totale insofferenza verso i rispettivi consorti quando conoscono una nuova realtà, fuori dal matrimonio, che palesa il vuoto delle loro esistenze. Come Aleksej Karenin, anche Max dimostra l’empatia di un entomologo nei confronti della moglie e, nel disperato tentativo di tenerla al suo fianco, contribuisce alla sua rovina.

“Stella aveva le sue buone ragioni per evitarlo, ma si chiedeva perché Max diffidasse tanto di lei. Il perché, in realtà, era evidente: Max aveva paura che le voci fossero vere. Un’eventualità a cui Max ovviamente non poteva neppure pensare, perché avrebbe significato accettare la responsabilità del fallimento del loro matrimonio.”

Tutti i personaggi del romanzo, in realtà, sono miopi di fronte alle esigenze dell’altro. Perseguono il proprio desiderio o interesse, indifferenti alle conseguenze delle loro scelte. Stella insegue la passione, Max il potere, Peter il controllo. Ognuno di essi contribuisce al tragico finale.

Patrick McGrath è figlio di uno psichiatra e crebbe in un “asylum” – titolo originale del romanzo, “manicomio” in inglese – raccogliendo il materiale che servirà a costruire i personaggi dei suoi romanzi: ognuno di essi con una personalità torbida che esprime, più o meno velatamente, un disturbo psichico. A questo si aggiunge la straordinaria abilità di tenere il lettore incollato alle pagine, mantenendo la suspense per tutto il romanzo pur senza colpi di scena eclatanti, ma facendo leva sull’inconfessabile attrazione per il macabro e il morboso che si cela in ognuno di noi.

Lessico famigliare – Natalia Ginzburg

Tra un memoir e una biografia

“Lessico famigliare” – nella forma meno usata, con la g in mezzo – è un titolo che ricorre spesso quando si parla di letteratura italiana del ‘900. Da un punto di vista letterario e stilistico, Natalia Ginzburg compie un’operazione inedita: scrive un romanzo che non si può definire nè raccolta di memorie, nè autobiografia. “Luoghi, fatti e persone sono, in questo libro, reali“, scrive l’autrice nell’introduzione, Il racconto tuttavia non ha il rigore storico e cronologico delle memorie: gli avvenimenti si mescolano sulla linea temporale, sono filtrati dalla prospettiva dell’autrice e plasmati dal suo ricordo. Non si può nemmeno considerare un’autobiografia perchè la narratrice, Natalia, è presente solo marginalmente, come se non avesse mai avuto la tentazione degli autori di raccontarsi, mettendo nero su bianco il proprio vissuto e le proprie opinioni. A chiarire la questione arriva proprio l’autrice, sempre nell’introduzione: “Benchè tratto dalla realtà, penso che si debba leggerlo come se fosse un romanzo: e cioè senza chiedergli nulla di più nè di meno, di quello che un romanzo può dare“.

Vi presento i Levi

Protagonista del racconto è la famiglia Levi: i suoi componenti vengono rappresentati con vignette divertenti e descrizioni tra il serio e il faceto, ognuno di essi unico e riconoscibile per le espressioni e i modi di dire ripetuti talmente spesso da essere diventati un marchio di fabbrica. Il padre è un personaggio burbero e autoritario, ma profondamente affezionato ai propri figli. Non fa che utilizzare le espressioni “sbrodeghezzo” e “sempiaggine” per indicare i comportamenti sciocchi da cui si sente circondato. La madre, donna gaia e ottimista, intrattiene i figli con i racconti della sua famiglia, popolando la loro immaginazione di personaggi come “lo zio che chiamavamo il Barbisòn”, il quale aveva un naso talmente rosso da essere diventato un modo di dire “rosso come il Barbisòn”; o le tre zie chiamate “le beate” perchè molto devote. Per completare la rappresentazione intimistica e affettuosa dei suo genitori, Natalia racconta piccole abitudini come quella della madre di gettarsi sotto la doccia gelida appena alzata, con acuti gridolini di freddo e piacere, o quella del padre di mangiare lo yogurt fatto in casa, da lui chiamato “il mezzorado”. I fratelli, invece, vengono ricordati per le barzellette, i giochi di parole e le citazioni letterarie, come la sorella Paola innamorata di Proust.

L’essenza del legame familiare

Natalia Ginzburg sembra voler cogliere l’essenza di quell’entità così comune eppure inafferrabile che è la famiglia, individuandola nella rete di aneddoti, espressioni, modi di dire che lega i suoi componenti al ricordo di un passato comune.

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!” 

L’elite politica e culturale del ‘900

Lascia poi sbalorditi la quantità di personaggi chiave nel panorama politico, imprenditoriale e culturale dell’Italia del 900′, che ruota intorno alla famiglia Levi. Filippo Turati si nasconde più volte presso di loro sotto falsa identità – “vecchio, grande come un orso e con la barba grigia” , come ricordano gli occhi di bambina dell’autrice; Adriano Olivetti, diventato consuocero dei Levi dopo il matrimonio dei figli viene ricordato come un uomo distinto e altruista, pronto a dare un passaggio sulla sua macchina fiammante a un vecchietto incontrato per strada; il fisico Franco Rasetti, amico di famiglia con cui il padre Giuseppe condivideva la passione per la montagna. Nella seconda parte, quando Natalia è ormai una giovane adulta, fanno il loro ingresso le personalità che ruotano intorno ad una neonata ma promettente casa editrice: Luigi Einaudi, menzionato solo come “l’editore”, dal carattere timido che era riuscito a sfruttare a proprio vantaggio facendo passare i suoi silenzi per altere riflessioni; Cesare Pavese, uomo che non era “innamorato della vita”, impegnato in una lotta continua per scacciare la malinconia che lo attanagliava e lo porterà al suicidio.

“Lessico famigliare” è dunque un romanzo fresco e privo di sentimentalismi, scritto con uno stile semplice e fiabesco nella prima parte che si arricchisce di profondità psicologica nella seconda parte, con la maturazione della narratrice. A fine lettura, avremo la sensazione di essere davvero entrati in casa della famiglia Levi, ci sembrerà di sentire la voce tuonante di Giuseppe Levi e quella musicale di Lidia Tanzi. Infine, ci verrà voglia di immortalare il lessico della nostra famiglia, nel suo timbro unico e irripetibile.

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza

L'arte della gioia, goliarda sapienza

Una donna artefice del proprio destino

L’arte della gioia è qualcosa di più di un libro bello: è un libro memorabile. Narra la lunga, avvincente vita di Modesta, da bambina curiosa a donna energica e spregiudicata, in netta antitesi con il suo nome. Modesta nasce il primo gennaio del 1900 nei pressi di Catania, in una casupola fatiscente e maleodorante, figlia di una povera cucitrice e di un padre ignoto. Il suo destino sembra segnato. Il destino, però, come dirà Modesta “te lo puoi maneggiare come vuoi, se valente sei!”. La ragazzina sfrutta a proprio vantaggio gli avvenimenti e le persone che incontra sul proprio cammino per uscire dall’iniziale condizione di svantaggio e conquistare la libertà di vivere ai propri termini. Dopo che un incendio ha distrutto la casa materna, Modesta viene accolta in un convento ed entra nelle grazie di madre Leonora, la quale le promette una ricca dote se sceglierà di diventare novizia. La brama di vita di Modesta, tuttavia, è così forte che la giovane è disposta a tutto pur di liberarsi dalle costrizioni fisiche e mentali del convento. Alla morte di madre Leonora, viene accolta dalla nobile famiglia catanese della suora, che riesce ad ammaliare in pochi anni fino ad ottenere il titolo nobiliare di principessa. Protetta dalla posizione di potere, Modesta costruisce intorno a sè una nutrita famiglia, o meglio, una comunità di pari, in cui la libera espressione di sè stessi costituisce l’unica regola.

La storia della sua vita abbraccia tutto il secolo breve, raccontando il fascismo e il socialismo dalla prospettiva ovattata di una Sicilia isolata, lontana dai grandi disordini del “continente” e, apparentemente, sicura. Le onde d’urto della storia, tuttavia, si abbattono anche sulla protagonista che vede i suoi figli partire soldati e viene incarcerata per aver collaborato con i socialisti. Nonostante ciò, Modesta si reinventa ogni volta, senza perdere tempo nell’autocommiserazione, ma raccogliendo a piene mani tutto ciò che la vita può offrirle.

“- E’ cattiva quella donna, mamma. Ha detto che sei una puttana.
-E allora? Si vede che per lei una donna normale è una puttana. Certo, qualche amore e qualche amorazzo l’ho avuto…”
-Ma non potevi chiedere l’annullamento e risposarti mamma? Non è che l’hai fatto per noi di non risposarti?
-Ah, Jacopo mio, non finirà mai questo fascismo dentro di noi! Anche in Russia il “libero amore” ha fatto dietro front e sono tornati al matrimonio. Non l’ho fatto per voi, l’ho fatto per me, capirai, mettersi in casa un padrone!
-Ma avrai incontrato uomini diversi!
-Nessuno, per ora nessuno. Forse voi, le nuove generazioni…il matrimonio, Jacopo, è un contratto assurdo che umilia l’uomo e la donna insieme. Per me se si incontra un uomo che ci piace lo si ama fino a quando…beh finchè dura…E poi ci si lascia, se possibile, da buoni amici.”

L'arte della gioia, goliarda sapienza

Modesta, sia “carusu” che “maredda”

La voglia di vivere di Modesta ha in sè la forza di mille cuori e travalica l’energia di un singolo essere umano. Goliarda Sapienza dichiarò che non si trattava del suo alter ego letterario ma di un personaggio inventato che racchiude in sè tutte le donne straordinarie incontrate dalla scrittrice sul suo cammino e da lei, platonicamente, amate. In Modesta si ritrova la formazione giovanile di Sapienza: cresciuta in una famiglia di anarchici che, come racconta in un’intervista, “mi hanno tolto Dio ma mi hanno dato l’arte, la musica e il teatro”. Le idee di Modesta sono tutt’ora rivoluzionarie: la provocatrice voglia di autenticità, il rifiuto di ogni ideologia o dogma, la totale indifferenza nei confronti dei ruoli imposti dalla società, la libertà di vivere la propria sessualità. Modesta ama appassionatamente, senza soluzione di continuità, uomini e donne, con la consapevolezza che in lei convivono sia un “carusu” che una “maredda” e senza paura di non essere capita o accettate. Nonostante la sua capacità di amare e accogliere l’altro, Modesta conserva gelosamente la propria indipendenza, difendendola sia da amanti gelosi che da figli possessivi, riconoscendo che persino la “famiglia” può trasformarsi da oasi felice a prigione. Ed è così che Modesta si ribella a sè stessa, in uno dei numerosi dialoghi interiori:

“No, Modesta! Se hai resistito in quel palmo di roccia sferzato dal vento a tutte le ore, se hai resistito allora, non puoi annullare quell’azione con una resa totale verso tuo figlio (o verso la paura della morte?), o verso la paura della vecchiaia che ti hanno inculcato per non portare disordine nella società, per non intaccare quella fortezza di prima linea che, fascismo o no, è sempre la famiglia, palestra di futuri soldati, madri-soldato, nonne-regime.”

Parole che infrangono le ideologie

L’arte della gioia è un libro complesso, dallo stile sperimentale: con inaspettati passaggi dalla prima alla terza persona e un alternarsi di stili narrativi che vanno da  scambi di battute serrati che ricordano un copione teatrale a pagine di diario. Il linguaggio, a tratti fortemente lirico, trasmette l’amore per le parole che Sapienza nutrì per tutta la vita. Parole che seppe usare come armi contundenti in grado di spezzare le catene ideologiche imposte dalla chiesa e dal patriarcato. Nell’Italia democristiana degli anni 60′, quando la libertà sessuale è ancora un miraggio, l’aborto e persino il divorzio non sono ancora riconosciuti, Goliarda Sapienza racconta la storia di una donna bisessuale, anarchica e atea. Una femminista non dichiarata, che rifiuta i dettami del patriarcato – così radicato nella Sicilia dell’epoca – sostenendo che una madre non è asservita ai suoi figli, che un uomo non deve mostrare virilità ingoiando le lacrime, che una donna non è da etichettare come “prostituta” solo perché vive liberamente la propria sessualità.

La storia di Modesta, con le sue sorti discontinue, lascia un forte senso di impermanenza della vita, unito alla voglia di viverla con un pizzico della libertà di pensiero e del coraggio della sua autrice.

“Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, dal maggiordomo Stevens al capitano Achab

In quarant’anni di irreprensibile carriera come maggiordomo, Mr Stevens non ha mai preso un giorno di vacanza. Su insistenza del suo datore di lavoro, Stevens si decide a lasciare Darlington Hall per attraversare l’Inghilterra in auto, ripetendosi che il viaggio sarà utile a risolvere un problema professionale: intende recarsi in Cornovaglia per incontrare Miss Kenton, ex governante della tenuta, e convincerla a tornare a rioccupare la vecchia posizione. Attraversando la malinconica brughiera, Stevens non può fare a meno di indugiare in ricordi lontani, interpretandoli dalla prospettiva di uomo maturo, consapevole di aver già superato l’apice personale e professionale della sua esistenza. Il maggiordomo racconta di aver vissuto ricercando un ideale di perfezione lavorativa da lui definito “dignità”, ossia fornire un servizio impeccabile senza lasciare che inconvenienti o vicende personali intacchino la propria efficienza e compostezza. Negli anni, Stevens ha dato prova di incarnare questo paradigma alla lettera: quando il vecchio padre esala l’ultimo respiro, egli continua a servire gli ospiti di un ricevimento senza batter ciglio e non appena Miss Kenton gli lascia intendere di provare dei sentimenti per lui, il maggiordomo soffoca l’attrazione per la donna lasciando che sposi un altro uomo. Persino quando si rende conto che il suo datore di lavoro sta simpatizzando con il regime nazista, continua a svolgere il suo ruolo ineccepibilmente, senza chiedersi cosa sta avendo luogo dietro le porte chiuse delle sale ricevimenti.

Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro
Dal film “Quel che resta del giorno” (1993)

Vivere per un ideale: il maggiordomo Stevens come il capitano Achab

Solo al tramonto della propria vita Stevens realizza di aver sacrificato la propria individualità e ogni prospettiva di felicità per la propria vocazione. Un ideale che, per quanto nobile, è pur sempre una costruzione astratta, perfetta, il cui perseguimento ignora ciò che è razionale o etico. Come il capitano Achab che distrugge la propria esistenza per la cieca vendetta contro un essere non senziente, raccontandosi che la balena bianca Moby Dick è invece un essere infernale, spietato, la cui uccisione risponde a giustizia divina. Anche Achab, quando è ormai anziano e debole, si rende conto di aver sacrificato tutto – la famiglia ma anche i piaceri più basici come la vista della terra ferma e il sapore del cibo – per un’idea che si è trasformata nella sua intera realtà. Achab sente di aver raggiunto il culmine della propria vita quando trafigge Moby Dick con il suo arpione mentre Stevens prova la stessa sensazione quando porta perfettamente a termine un ricevimento che annovera i più alti dignitari inglesi e tedeschi, nonostante la donna che ama gli abbia appena comunicato che convolerà a nozze con un altro uomo. Possono la “vendetta”, nel caso di Achab, o la “dignità” nel caso di Stevens giustificare il sacrificio di un’intera esistenza?

Un’idea, un obiettivo, un progetto, possono assumere una consistenza così reale da guidare le nostre azioni più che gli individui in carne e ossa. Per questo le sagge parole di Starbucks non riescono a dissuadere Achab dal suo scellerato proposito e le parole di Miss Kenton non smuovono Stevens dai suoi propositi.

Quarant’anni sul mare spietato! Per quarant’anni Achab ha abbandonato la pacifica terra, per quarant’anni ha mosso guerra agli orrori dell’abisso. Quando penso alla vita che ho fatto, alla desolazione della solitudine che essa è stata…oh, stanchezza! peso!

Moby Dick, Herman Melville

Il fatto è, naturalmente, che ho dato a Lord Darlington il meglio di me. Gli ho dato tutto quanto di meglio avevo da dare, e adesso – ebbene – adesso mi accorgo che non mi è rimasto molto altro da dare.

Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro
Moby Dick, capitano Achab

Accettare sè stessi e il proprio passato

Stevens si interroga sull’utilità di indugiare nel passato, percorrerlo e ripercorrerlo nel tentativo di individuare quelle decisioni apparentemente innocue che hanno invece determinato svolte o inversioni di marcia nel suo cammino. Finisce per accettarlo e, soprattutto, per accettare sé stesso: un maggiordomo inglese che fatica a esprimere le proprie emozioni e applica lo stesso imperturbabile contegno a tutte le situazioni della vita. Riconosce di aver sacrificato troppo per quella “dignità” di cui il padre, maggiordomo a sua volta, tesseva le lodi ma si ripete di averlo fatto per perseguire ciò in cui credeva, qualunque sia stato il risultato finale. Adesso non gli resta che guardare positivamente al futuro e disporre al meglio del tempo che gli rimane.

“Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c’è.”

Ernest Hemingway

Due di Irène Némirovsky, un matrimonio degli anni venti

Due ma a tratti anche Tre


“Due” di Irène Némirovsky si apre come la classica storia romantica: lui, Antoine, ama lei, Marianne, la quale lo ricambia. I due sono giovani rampolli della ricca borghesia degli anni venti, affamati di vita e desiderosi di trascorrerla tra balli, feste e avventure amorose, per scacciare il recente incubo delle trincee. L’amore, però, non è l’idillio che immaginano. La passione e il gioco dei primi mesi vanno lentamente scemando e, quando Antoine chiede a Marianne di sposarlo, la fiamma si è ormai spenta. Antoine la cerca nella relazione con Evelyne, sorella di Marianne nonché sua versione giovane, fresca, non ancora appesantita dal tempo e dalla maternità. Nonostante l’intensità dei suoi sentimenti per l’amante, tuttavia, a fine giornata non può fare a meno di tornare a casa da Marianne. Il legame con la moglie non è fatto di amore o passione ma di sicurezza, profonda amicizia, certezza dell’altro, ed è per questo indissolubile.

“La passione sembra un dono di Dio, “troppo bello per essere vero”. Si sente che Lui ce la concede per un certo tempo; quello che mi lega a mia moglie è una cosa tutta nostra…conquistata a fatica, accumulata lentamente, distillata come un miele.”

Due Irène Némirovsky, festa negli anni venti
Immagine tratta dal film Il grande Gatsby (2013)


Individui o coniugi?


Némirovsky è celebre per la sua capacità di interpretare e trasmettere il sentire della propria epoca: un periodo di grandi cambiamenti in cui le donne cominciano a rivendicare la loro indipendenza e la società sta diventando sempre più laica. Questa cesura si riflette nella storia dei protagonisti che, da un lato, cercano di preservare la propria individualità lottando per i propri desideri ma, dall’altro, non riescono ad abbandonare l’idea tradizionale di matrimonio che prescrive di abbandonare obiettivi, speranze e sogni per nutrire solo quelli della coppia, cessando di essere individui per diventare “una sola carne”. 


Antoine come Kirkegaard


“Gli pareva che con l’età la somma dei doveri e delle responsabilità continuasse a crescere e finisse con l’opprimerlo in modo tale che lui stesso, Antoine, con i suoi desideri, le sue passioni, era soffocato da un altro Antoine, creato da tutto quello che esigevano da lui i parenti, i familiari, i rapporti di lavoro, la moglie e i due bambini.”


Nell’intimo di Antoine, questo conflitto si traduce in una continua battaglia tra desiderio e dovere che ricorda l’angoscia di Kirkegaard nella scelta tra “vita estetica” e “vita etica”.  L’Antoine “Don Giovanni” vive nel presente, nella continua ricerca del piacere intenso e sempre rinnovato che può ricevere dalla sua amante: una distrazione dalle incombenze della vita, tanto vivida quanto passeggera. A un certo punto, però, questa esistenza si rivela in tutta la sua precarietà e disperazione. Antoine cerca quindi un porto sicuro tra le mura domestiche, dove tutto è un compito o un’aspettativa altrui, vestendo i panni del “padre di famiglia”. La vita matrimoniale è fonte di una pace interiore che l’avventurosa relazione extra-coniugale non potrà mai dargli: rimane l’ultima roccaforte di serenità, fiero baluardo contro le malattie, l’indifferenza dei figli e la paura della morte. 

Farfalle nello stomaco e ceramiche infrante

A dispetto della copertina rosa con il duetto danzante in primo piano, l’autrice restituisce un ritratto realistico, profondo e cinico della vita di coppia, in cui non mancano le farfalle nello stomaco e le struggenti attese ma nemmeno i piatti rotti e la gelida indifferenza. Se nella lettura si cerca soltanto l’evasione in un mondo ideale, questo romanzo potrebbe essere deludente perché demistifica diversi pilastri sociali, persino il rapporto con i figli, descritto come fonte di grandi seccature e delusioni quando i genitori si rendono conto di non poter garantire alcuna felicità ai propri rampolli. Se, invece, si considerano i libri come forieri di nuovi punti di vista, “Due” può essere un valido strumento per guardare alle relazioni da una lucida, graffiante prospettiva.

L’origine del Male da un esperimento degli anni settanta a un romanzo del 2016

L’esperimento carcerario di Stanford

Nel 1971 Philip Zimbardo, professore di psicologia a Stanford, mise in piedi un esperimento divenuto famoso per gli effetti imprevisti e sconvolgenti che portò alla luce. Prima allestì un finto carcere nel seminterrato dell’università, poi selezionò due gruppi di studenti e assegnò a ciascuno il ruolo del detenuto o della guardia. Dopo aver assunto egli stesso la veste del supervisore, lasciò i ragazzi liberi di performare i rispettivi ruoli nel modo più realistico possibile. In soli cinque giorni la violenza si scatenò in maniera incontrollata: le guardie vessavano i detenuti, costringendoli a compiere gesti degradanti e deumanizzanti. Zimbardo stesso si era talmente abituato al graduale intensificarsi della violenza che fu necessario l’Intervento di una giovane ricercatrice per farlo rinsavire e interrompere immediatamente l’esperimento.

Esperimento carcerario di Stanford, Effetto Lucifero, L'estate che sciolse ogni cosa
Immagine tratta dal film “Effetto Lucifero” (2015), ispirato all’esperimento di Stanford


L’obiettivo del ricercatore era quello di indagare la natura del male, ossia se si trattasse qualcosa di intrinseco nell’individuo o fosse indotto dall’ambiente. Il tristemente noto “esperimento carcerario di Stanford” dimostrò il potere della situazione: persone assolutamente normali sono potenzialmente capaci di compiere azioni terribili se poste in determinati contesti. Zimbardo chiamò questo risultato “Effetto Lucifero”.

L’estate che sciolse ogni cosa

Ed è proprio Lucifero il protagonista del romanzo “L’estate che sciolse ogni cosa”, nei panni di un ragazzino nero dagli occhi verde smeraldo, di nome Sal. Nell’estate del 1984 il giovane Sal si reca nella tradizionalista e conservatrice cittadina di Breathed in Ohio affermando di essere il diavolo. Da quel giorno, un caldo rovente si abbatte sulla città, incendiando gli animi e dissolvendo ogni buon senso. Gli abitanti di Breathed arrivano a convincersi che il giovane dalla pelle scura sia davvero l’incarnazione del male biblico, responsabile di ogni evento drammatico: è sua la colpa del naufragio dell’Andrea Doria, della persecuzione ebraica, dell’aborto di una giovane madre, di incidenti e catastrofi. Sal intanto è stato adottato dalla famiglia del giudice della città, Autopsy Bliss, il quale assiste incredulo alla trasformazione dei concittadini che conosce da sempre, in un crescendo di violenza drammatico e senza ritorno.

L'estate che sciolse ogni cosa
Copertina de “L’estate che sciolse ogni cosa”


Sul destino dei personaggi incombe una dinamica che ricorda i più terribili capitoli della storia moderna. Ad alimentare l’isteria collettiva è infatti un uomo carismatico di nome Elhoim – che in ebraico significa “Dio” – il quale riunisce intorno a sé un gruppo di concittadini che hanno subito esperienze drammatiche e offre loro un perfetto capro espiatorio su cui riversare le proprie paure e sofferenze. Persone normali, dal cordiale vicino di casa al rassicurante poliziotto di quartiere, vengono indotte a compiere atti sempre più violenti, come se avessero temporaneamente spento la propria coscienza morale e rimosso ogni traccia di empatia.

Una verità difficile da accettare

Il ricercatore Philip Zimbardo e la scrittrice Tiffany McDaniel adoperano due strumenti antitetici – un esperimento scientifico e un romanzo – per comunicare la stessa drammatica verità: il male ha un volto conosciuto. Non è legato all’orientamento sessuale o della razza, come si crede tutt’ora nelle società ultraconservatrici, né si tratta di un’entità esterna dotata di corna e forconi, come si legge nella bibbia. Si cela in ogni individuo, ognuno con le proprie fragilità e rotture, dalle quali la violenza può trovare una graduale via di fuga. C’è però un raggio di speranza: in quelle stesse situazioni che tirano fuori il peggio da alcuni individui, altri riescono a sottrarsi alle manipolazioni e discernere la verità. Come la giovane ricercatrice di Stanford che pose fine all’esperimento e come il padre adottivo di Sal nel romanzo: entrambi capaci di scostare il velo di Maya per vedere l’essere umano dietro la cavia da laboratorio o sotto le mentite spoglie di Satana.

Angeli e demoni, effetto ottico, Escher, L'estate che sciolse ogni cosa
Opera dal titolo “Angeli e Demoni” dell’artista olandese Maurits Cornelis Escher


Leggere un romanzo che tratta temi così intensi ci costringe a guardare nell’abisso della nostra interiorità, a interrogarci sulle fragilità di ognuno di noi e sulle circostanze che potrebbero spingerci a spegnere la nostra coscienza. Ci esorta a restare vigili, diffidando dalle cieche ideologie e dalla retorica vuota che fa leva sulle emozioni per galvanizzare contro nemici immaginari – gli extra-comunitari, i comunisti, i no-vax – e cogliendo i segnali della manipolazione di cui tutti potremmo cadere vittime.

Charles Bukowski, lo scrittore che non vorresti incontrare

Idealizzare gli scrittori è una grande tentazione. Li immaginiamo come saggi che vedono al di là del velo di maya, cogliendo significati profondi sotto la superficie del reale. Come se la capacità di rappresentare il mondo e le emozioni umane con tale bellezza non possa che appartenere a uomini eccezionali. Se poi abbiamo la “sfortuna” di incontrare uno di loro, rischiamo di realizzare che sono uomini…normali, con debolezze e fragilità, che commettono errori e che, magari, seguono un discutibile codice morale.
Charles Bukowski, non aveva alcuna intenzione di farsi mettere sul piedistallo dai suoi lettori. Scriveva per necessità: la scrittura era l’unico antidoto ad una vita di eccessi, nonché una delle poche attività che gli portasse profonda soddisfazione, oltre al sesso e alle corse dei cavalli. Non sperava di ottenere fama e riconoscimenti, solo un minimo introito per pagare le bollette, così da non tornare ai lavori logoranti che aveva svolto per tutta la vita: camionista, postino, magazziniere.


Ma chi era Charles Bukowsi?


I suoi libri sono generosamente autobiografici: le sue esperienze e la sua sensibilità sono immortalate nero su bianco. Charles nasce in California da emigrati tedeschi e, poichè l’arte nasce spesso dal dolore,  vive un’infanzia drammatica. Il padre è un uomo violento e prevaricatore che spesso picchia il figlio con cinghie di cuoio, la madre è “la sua assistente”. L’intera adolescenza di Charles trascorre nella speranza di sottrarsi dal giogo paterno e finalmente ci riesce quando, terminate le scuole superiori, comincia a girovagare per gli Stati Uniti tra un lavoro saltuario e l’altro. Nonostante il precoce talento per la scrittura, non andrà mai al college. “Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore.”Anni dopo, quando è ormai uno scrittore affermato e giornalisti europei attraversano mezzo mondo per intervistarlo, gli verrà spesso domandato: “Da dove prendi la tua ispirazione?”, domanda a cui Charles risponde indicando la bottiglia di birra che tiene costantemente in mano, mentre regge una sigaretta con l’altra. L’alcol è forse la prima cosa che viene in mente quando si pensa a Bukowski: le memorabili notti di baldorie, passate a bere e fumare in compagnia della donna di turno, sono sempre presenti nei suoi romanzi e nelle sue poesie.Il secondo grande vizio di Bukowski, anche questo ampiamente documentato, sono le corse dei cavalli. Per qualche anno ne fa una professione, sbarcando il lunario come scommettore professionista, ma per lo più è fonte di ispirazione di poesie e romanzi: all’ippodromo Charles non osserva solo i cavalli ma gli uomini, ricchi e poveri che mettono in mostra i più profondi istinti e desideri. “Se insegnassi scrittura creativa consiglierei ai miei studenti di andare all’ippodromo una volta a settimana. Un giorno alle corse può insegnarti più di quattro anni all’università”. L’amore per i corse e per il brivido della scommessa lo accompagna fino agli ultimi anni, come è evidente da una delle sue citazioni più famose: “seppellitemi vicino all’ippodromo così che possa sentire l’ebbrezza della volata finale”.
Se però ricordassimo Bukowski solo come un alcolista, misantropo e dipendente dalle scommesse, gli faremmo un grave torto. Dietro la posa del burbero ubriacone, si celava un uomo fragile, in cerca di consolazione da una vita difficile e che, in fondo, aveva qualche motivo per diffidare dei suoi simili. Un uomo che aveva vissuto sulla propria pelle le sofferenze della classe lavoratrice americana ed aveva il talento e la passione necessarie per renderle letteratura.


Post Office


“Post Office” è il primo romanzo di Bukowsi, ed il resoconto di una delle esperienze che segnano la vita del “vecchio Buk”: dodici anni trascorsi come dipendente delle poste. Un lavoro che si promette comodo e sicuro, per poi rivelarsi massacrante come tutti gli altri. Orari irragionevoli, supervisori sadici e gesti identici ripetuti infinite volte, fino alla totale alienazione. “Post Office” raccoglie le avventure quotidiane del suo alter-ego letterario, Hank Chinaski: alcolista, donnaiolo, postino e scommettitore. Hank trascorre le notti a bere e fare sesso per poi recarsi al lavoro puntualmente alle sei del mattino e sottostare alle vessazioni dei superiori che pretendono orari impossibili, delle vecchiette che lo rimproverano per la posta non ricevuta, dei cani che sorvegliano le cassette delle lettere a suon di latrati. Il tutto raccontato con uno stile unico che renderà Bukowski il padrino di un genere letterario, “dirty realism” o “realismo sporco”,  il cui nome è già un programma. Un realismo distaccato con cui vengono descritti gli aspetti più crudi e prosaici della realtà. Contraddistinto da massima economia di parole e da una generosa dose di ironia. Nessuno spazio per emozioni e pensieri dei personaggi, le azioni ed i contesti parlano da soli e raccontano la drammatica storia della classe lavoratrice americana.


Molto più intime e sofferte sono le centinaia di poesie che Bukowski scrive durante le notti alcoliche. Ognuna di esse è un racconto, uno squarcio di vita dello scrittore: la sfuriata di una donna, un ricordo d’infanzia, un pomeriggio di compere con la moglie, un incontro di box in TV. Il distacco emotivo della prosa si ammorbidisce per far emergere una sensibilità profonda ed un vissuto sofferto.  Una delle poesie più famose è quella che racchiude la sua idea della scrittura, come istinto irrefrenabile e autentica rappresentazione della vita ed il suo disprezzo verso tutto ciò che è pretenzioso ed edulcorato, solo per scadere nella banalità.


Forse non avrei voluto incontrare Charles Bukowsi. Probabilmente  il suo atteggiamento brusco e sprezzante delle convenzioni mi avrebbe messa a disagio. Si dice che abbia fatto scappare un’ammiratrice che si era presentata nel suo appartamento per conoscerlo perché l’aveva trovata “troppo borghese”. Mi accontento di incontrarlo attraverso le sue parole che, sebbene crude e dirette, restano bellissime perché indubbiamente autentiche e meravigliosamente sopra le righe.

Stupore e tremori di Ameliè Nothomb, l’incontro/scontro tra due culture

Ameliè è una giovane ragazza belga che realizza il sogno di lavorare e vivere nel paese in cui è nata: il Giappone. Appena assunta dalla multinazionale Yamamoto per la conoscenza del francese e del giapponese, non desidera altro che integrarsi. Esegue dunque senza fiatare le assurde richieste dei superiori che vanno dal servire il caffè al fotocopiare migliaia di pagine finché non siano perfettamente centrate. Quando Ameliè ha finalmente l’opportunità di utilizzare le proprie competenze, sostituendo un collega nella stesura di un’analisi di mercato, coglie l’occasione senza anticiparne gli effetti disastrosi. Il lavoro è eccellente ma il suo gesto viene considerato dai superiori come sottrazione del lavoro altrui o persino “tentativo di sabotaggio dell’azienda”. A trovarlo imperdonabile è soprattutto la diretta responsabile di Ameliè, Fubuki Mori, che non accetta il rapido successo della giovane e non esita a denunciarla affinché paghi per la sua scorrettezza. Le punizioni si abbattono impietose e Ameliè passa da contabile a postina ad aggiornatrice di calendari, fino a diventare la “guardiana dei cessi”. Per la cultura giapponese, tuttavia, nessuna umiliazione è più grande di lasciare il posto di lavoro. Per questo Ameliè sopporta stoicamente ogni vessazione fino allo scadere naturale del contratto. Dopo quest’esperienza, lascerà il Giappone per sempre e pubblicherà il suo primo romanzo.  

La malsana cultura del lavoro giapponese


L’omonimia tra l’autrice e la protagonista non è un caso. “Stupore e tremori” è un racconto parzialmente autobiografico che descrive il doloroso impatto con la cultura del lavoro giapponese: l’ossessione per la gerarchia e la forma, la malsana vocazione all’azienda. L’autrice descrive situazioni estreme che è facile liquidare come esagerazioni, mentre si basano su una realtà drammatica. I giapponesi, letteralmente, si uccidono di lavoro: non c’è limite alle ore di straordinario ed è impensabile alzarsi dalla scrivania prima del proprio capo. Esiste un termine specifico, “karoshi“, per indicare la morte dovuta al troppo lavoro, spesso a causa di infarto. Per non parlare dell’elevatissimo numero di suicidi attribuiti a situazioni lavorative, diecimila solo nel 2011. Per i giapponesi, infatti, il fallimento nel lavoro equivale a un’irrimediabile perdita dell’onore.  

“Compresi una cosa importante: in Giappone, l’esistenza è l’azienda. I ragionieri che passavano dieci ore al giorno a ricopiare cifre erano ai miei occhi vittime sacrificate all’altare di una divinità priva di ogni grandezza e mistero. In eterno gli umili hanno dedicato la vita a realtà che li trascendevano: almeno, prima, potevano supporre di farlo per qualche ragione mistica. Adesso non possono più illudersi. Danno la vita per niente. Il Giappone è il paese con il più alto numero di suicidi, come tutti sanno. Per come la vedo io, mi stupisce che il suicidio non sia più frequente.”

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Il ruolo della donna nella società nipponica 


Il Giappone è il paese industrializzato con il più ampio gender gap (divario di genere): sono pochissime le donne a raggiungere posizioni di leadership nell’economia e nella politica. Ameliè Nothomb fa una descrizione accorata della donna giapponese, “costretta a indossare corsetti fisici e mentali fin dall’infanzia”, a rispettare rigidi precetti morali e ad abbandonare ogni illusione di felicità. Una donna che voglia fare carriera si trova lacerata tra l’esigenza di lavorare almeno quanto i suoi colleghi uomini per dimostrare il proprio valore e trovare marito entro i venticinque anni, pena la perdita del rispetto altrui. Per questo la signorina Mori, che è riuscita a scalare qualche gradino della scala gerarchica della Yumimoto con grandi sofferenze e sacrifici, non può tollerare che una giovane occidentale raggiunga la sua stessa posizione in pochi mesi. Questo fenomeno esiste realmente, si chiama “sindrome dell’ape regina” ed è stato rilevato in ogni paese con significativo divario di genere: le donne di successo che hanno subito il peso della discriminazione, tendono a essere molto più critiche degli uomini nei confronti delle colleghe giovani, finendo per ostacolarne la carriera piuttosto che incoraggiarla. Nelle società patriarcali, in altre parole, le donne sentono il bisogno di proteggere la propria posizione di autorità.

Stupore e tremori, Amelie Nothomb
Tratto dal film “Fear and Trembling” (2003)


Lo stile unico di Ameliè


Nonostante ciò, quella della Nothomb non è una rancorosa denuncia del lato oscuro della cultura nipponica. In primo luogo, l’autrice utilizza l’ironia con una tale maestria da suscitare ilarità pur trattando temi difficili, come il mobbing o il suicidio. Ancora più stupefacente è l’empatia con cui Ameliè racconta le vessazioni subite, cercando di mettersi nei panni dei suoi aguzzini e di intuire le recondite ragioni del loro comportamento. Il suo più grande desiderio è di comprendere e abbracciare una cultura che ama, nonostante le sofferenze che le vengono inflitte. Con le parole di Charles Bukowski “trova ciò che ami e lascia che ti uccida“.

Assassinio sul Nilo di Agatha Christie, antidoto perfetto contro il blocco del lettore

In periodi di forte stress emotivo, come quello che stiamo vivendo, è facile soffrire del “blocco del lettore”. Se da un lato i libri sono un modo per distrarsi e tenere la mente impegnata, sono anche uno strumento di introspezione e, talvolta, guardarsi dentro può far paura. Storie che entrano sotto pelle e portano a galla ogni sorta di emozioni e ricordi – come Delitto e Castigo, con i deliri allucinati di Raskolnikov  – possono essere difficili da affrontare in piena pandemia. In questi casi, il mio antidoto personale è un poliziesco di Agatha Christie.


Perchè leggere un poliziesco?


Trovo che i gialli siano rassicuranti. Sicuramente ci sarà un mistero da risolvere, caccia agli indizi ed interrogatori, fino al colpo di scena finale per cui il colpevole si rivela essere l’ultimo dei sospettati. Agatha Christie, più che il suo collega Conan Doyle, è interessata ai moventi psicologici del crimine. Le tragedie umane però sono analizzate con occhio clinico in quanto l’investigatore, proprio come il medico, non può lasciarsi coinvolgere dalle sofferenze del paziente. Le emozioni servono solo per muovere l’azione dei personaggi – fungono, appunto, da “moventi” – mentre il vero fulcro della storia è il rompicapo logico:  gli indizi si compongono come pezzi di un puzzle fino all’ultima pagina, quando l’investigatore posa il pezzo finale ed l’immagine assume finalmente senso. Da lettori, non ci è richiesto di immedesimarci con i protagonisti ma semplicemente di farci trasportare dall’Intreccio con il fiato sospeso. 

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Perchè leggere Assassinio sul Nilo?

Assassinio sul Nilo è uno dei romanzi più celebri della Christie ed ha un forte elemento autobiografico. L’archeologia era una delle passioni della scrittrice e la portò ad incontrare il suo secondo marito, archeologo di professione, che amava accompagnare durante i viaggi di lavoro. Era di tredici anni più giovane di lei e Agatha ci scherzava su, dicendo che: “Un archeologo è il miglior marito che una donna possa desiderare: più lei invecchia, più lui sarà interessato a lei“. Di ritorno da uno dei suoi viaggi in oriente, la Christie scrisse una storia intrigante, ambientata tra le imponenti piramidi e le misteriose statue delle divinità egizie.

L’investigatore Hercule Poirot ha finalmente deciso di prendersi una vacanza e di imbarcarsi sul Karnak, una nave crociera che risale il Nilo alla scoperta della civiltà dei faraoni. Tra gli ospiti vi sono i personaggi più disparati – una scrittrice dimenticata, un archeologo italiano ed un pomposo medico austriaco – ma tre passeggeri, in particolare, attirano l’attenzione dell’investigatore: la giovane ereditiera Linnet Ridgeway, il suo novello sposo Simon Doyle e Jacqueline de Bellefort, ex fidanzata di lui nonché amica di vecchia data di Linnet. Hercule Poirot, da attento indagatore dell’animo umano, avverte subito che l’amore possessivo e la cieca gelosia di Jaqueline sono come dinamite sulle calme acque del Nilo. Decide di condividere i suoi sospetti con il colonnello Race, casualmente incontrato sul Karnak, il quale non fa che aggravare le sue preoccupazioni: gli confida di essersi imbarcato sotto copertura, perché a bordo si nasconde un assassino.

Gli ingredienti segreti

Agata Christie dichiarò di trovare particolarmente affascinante la situazione di un gruppo di estranei che si trova a condividere un viaggio: sono consapevoli che probabilmente non si vedranno mai più, ma sentono che quell’esperienza potrebbe avere un impatto duraturo sulle loro vite. L’effetto di sospensione che ne deriva è lo sfondo perfetto per un mistero ed è comune in diversi gialli della Christie, tra cui “Assassinio sull’Orient Express”.

Tutto ciò non sarebbe sufficiente senza l’indimenticabile Hercule Poirot, uno degli investigatori più famosi della letteratura. Un ometto con la testa d’uovo ed enormi baffi, con uno stile stravagante e maniere impeccabili, meno analitico del suo collega Sherlock Holmes ma di certo molto più empatico, compassionevole ed, in definitiva, umano.


Ambientazione, trama e personaggi fanno di “Assassinio sul Nilo” l’antidoto perfetto per il più acuto blocco del lettore: vi farà viaggiare verso terre lontane, scervellare sull’identità del misterioso assassino e venir voglia di leggere un’altra avventura del mitico investigatore belga. Nonchè di vedere il film della 20th Century Fox in uscita nel 2022!

“My Fair Lady” vs “Pigmalione”: il trionfo del romanticismo hollywoodiano

Quando avevo quattordici anni mi imbattei per caso in una biografia di Audrey Hepburn e rimasi così affascinata dalla sua grazia ed autenticità che guardai tutti i suoi film in pochi mesi. Uno tra i miei preferiti era “My Fair Lady”, il musical tratto dall’opera teatrale di George Bernard Shaw “Pigmalione”. O meglio, piuttosto che “tratto da” dovrei dire “inspirato a”, perché tra i due c’è una sostanziale differenza: il finale.


La trama di “My Fair Lady” ruota intorno ad una scommessa. Il professor Higgins, celebre esperto di fonetica, si imbatte casualmente in una venditrice ambulante di fiori che parla uno stretto dialetto londinese, il Coockney, e scommette di poterla far passare per una duchessa in soli sei mesi. Dal canto suo, la giovane Eliza Doolittle spera che, migliorando la propria dizione, potrà essere assunta in un negozio di fiori ed elevarsi socialmente. Dopo mesi di duro lavoro, Eliza fa il suo ingresso triofale al ballo dell’Ambasciata e finisce per ammaliare i presenti, convinti di essere di fronte ad una gran dama. Adesso che l’esperimento è concluso, Eliza attraversa una crisi profonda: non può tornare ad essere la fioraia all’angolo di Covent Garden, così come non sarà mai una vera duchessa. Si rende conto che l’unica alternativa per una donna della borghesia ottocentesca è il matrimonio e che, paradossalmente, godeva di più libertà quando viveva per la strada vendendo mazzolini di violette. Nel frattempo, il professor Higgins si rende conto di aver sviluppato un certo attaccamento nei confronti della ragazza e le chiede di rimanere al suo fianco. Eliza dapprima si ribella al dispotismo del professore e dichiara di voler sposare Freddy, un giovane squattrinato che tuttavia la rispetta, ma poi – colpo di scena finale – ci ripensa e si presenta allo studio del professor Higgins, trovandolo intento ad ascoltare le registrazioni dei suoi esercizi di fonetica. Happy ending!


Mi piacque la storia di questa cenerentola moderna che si trasforma miracolosamente da sguattera a duchessa e scalfisce la corazza di ciniscmo di colui che la giudicava una nullità e che poi non riesce a fare a meno della sua presenza. In realtà, leggendo il testo teatrale, appare evidente che la patina di romanticismo hollywoodiano ha messo in secondo piano i veri temi centrali dell’opera di George Bernard Shaw ed il suo intento provocatorio e rivoluzionario.


L’emancipazione femminile dall’uomo-creatore

In “Pigmalione” non c’è spazio per i clichè romantici. Il professor Higgins sta ad Eliza come il Dottor Frankenstein sta alla sua creatura: i primi sono scienziati-demiurghi, concentrati nei propri esperimenti ed incuranti delle conseguenze; i secondi sono cavie da laboratorio, inconsapevoli e indifese. Higgins non si cura degli effetti che una scommessa, fatta per gioco, avrà sui sentimenti e sul futuro di un’altro individuo. Lo dice lui stesso: “Credi che il mondo sarebbe mai venuto in essere se il suo creatore avesse temuto di procurare guai a qualcuno? Dare vita significa creare guai“. L’affetto di Higgins nei confronti della ragazza non può essere amore perché nasce da puro nascisismo: Eliza è la prova vivente della bravura e del successo del suo maestro. Nel testo teatrale, Eliza decide di affrancarsi dal suo despota per andare alla ricerca della propria identita. Proprio come Nora di casa di Bambole, rinuncia alla comodità di delegare le proprie decisioni ed idee al padre-padrone di turno per vivere ai propri termini. Entrambe escono di scena chiudendo la porta alle proprie spalle e, per quanto il pubblico desideri vederle tornare sui propri passi, questo non è mai stato l’intento degli autori.

“HIGGINS – Lasciala parlare per conto suo e ben presto ti renderai conto che non ha in testa nessuna idea che non le abbia messo io, e in bocca una parola che non sia farina del mio sacco. Io questa cosa l’ho plasmata con le foglie di cavolo spiaccicate di Covent Garden, e adesso pretende di giocare con me alla gran dama!”


La critica alla morale borghese e al classismo

Le maniere ingentilite di Eliza non le portano solo il rispetto altrui ma anche pressanti aspettative: per una giovane donna senza alcun mezzo di sostentamento, l’unica opzione possibile è il matrimonio. “Non ero così in baso nemmeno all’angolo di Tottenham Court Road. Vendevo fiori. Non vendevo me stessa. E adesso che lei ha fatto di me una signora, non ho altro da vendere”. Eliza si trova imbrigliata nelle strette maglie della società borghese, ma capisce come muoversi all’interno di confini prestabiliti. Decide di sposare un giovane squattrinato e perdutamente innamorato, piuttosto che un ricco aristocratico, e di provvedere al proprio mantenimento lavorando come fioraia o insegnando dizione. Una vera e propria femminista ante-litteram.

“LIZA – Oh, se solo potessi tornare al mio canestro! Sarei indipendente da voi due, da papà e da tutto il mondo! Perchè mi ha tolto l’indipendenza? E perché io ci ho rinunciato? Ormai sono una schiava, nonostante i begli abiti che indosso. HIGGINS – Non lo sei affatto. Se vuoi ti adotto come figlia e ti intesto del denaro. O preferisci sposare Pickering?”


Da convinto socialista, Shaw non si limita a prendere in giro la morale borghese ma si diverte a scardinare il concetto di classe sociale dalle fondamenta. Immaginando che sia possibile far passare una fioraia per una duchessa, l’autore sostiene che chiunque può elevarsi socialmente tramite una buona educazione, a dispetto delle proprie origini. Al contrario di quanto può sembrare da “My Fair Lady”, l’intento era quello di veicolare idee rivoluzionare per i suoi tempi, piuttosto che la trita massima “omnia vincit amor – l’amore vince ogni cosa”. Peccato che i diritti d’autore non esistevano ancora.