Siamo nell’estate del 1959 e Max è appena stato assunto come psichiatra in un manicomio vicino Londra, dove si trasferisce con la famiglia. Il rapporto con la moglie Stella si fonda sull’abitudine e il senso del dovere: lei cura la casa e il figlio, si assicura che il marito trovi un piatto caldo la sera; lui si dedica alla carriera. Una relazione erosa nelle fondamenta e destinata a crollare in pezzi quando Edgar Stark, tenebroso paziente della clinica, le rivolge inequivocabili attenzioni sessuali. Stella prova invano a ignorare l’attrazione nei confronti dell’uomo, per poi abbandonarsi febbrilmente tra le sue braccia. Non si lascia dissuadere nemmeno quando Peter Cleave, collega del marito, le fa sapere che Edgar si è macchiato di un brutale uxoricidio. Stella è ormai in uno stato al confine tra lucidità e follia che la porterà a compiere gesti inimmaginabili, sotto gli occhi volutamente ciechi del marito.
Sebbene il narratore sia Peter Cleave, amico e collega di Max, Stella è il vero fulcro del romanzo. È la sua interiorità a essere oggetto di interesse, mentre la psicologia degli altri personaggi sembra accessoria, perfino quella del conturbante e mortifero Edgar. L’incontro con l’amante porta Stella a un confronto violento con la realtà del suo matrimonio e la spinge a cercare una nuova libertà e autenticità. Se di atto volontario si può parlare. Stella ripete con insistenza di non aver mai avuto la possibilità di scegliere, come se, da essere umano dotato di libero arbitrio, si fosse trasformata in un corpo inerte in caduta libera. La forza che la attrae verso il basso è un romanticismo malato che la porta a inseguire una realtà ideale e totalmente irrazionale.
“Aveva perso il controllo. Non si controlla un innamoramento, mi disse, non è possibile. E la divertiva che fosse potuto accadere in questo modo, con quest’uomo. Un paziente. Un paziente che lavorava nell’orto. Stella, le dissi, non potevi fare una scelta più scriteriata. La verità, mi rispose, è che non ho scelto affatto.”

Stella è un personaggio pirandelliano: inizialmente cerca di tirare la “corda civile”, quella che la porterebbe a sopprimere l’attrazione per Edgar per mantenere i ruoli di moglie e madre; una pulsione irresistibile la porta poi a tirare la “corda pazza”, sovvertendo la vita che ha condotto fino a quel momento. Stella trova così la lucidità del folle: non è più in grado di tollerare la pantomima della sua esistenza e deve agire. Ricorda due antenate letterarie, Madame Bovary e Anna Karenina, entrambe colte da una totale insofferenza verso i rispettivi consorti quando conoscono una nuova realtà, fuori dal matrimonio, che palesa il vuoto delle loro esistenze. Come Aleksej Karenin, anche Max dimostra l’empatia di un entomologo nei confronti della moglie e, nel disperato tentativo di tenerla al suo fianco, contribuisce alla sua rovina.
“Stella aveva le sue buone ragioni per evitarlo, ma si chiedeva perché Max diffidasse tanto di lei. Il perché, in realtà, era evidente: Max aveva paura che le voci fossero vere. Un’eventualità a cui Max ovviamente non poteva neppure pensare, perché avrebbe significato accettare la responsabilità del fallimento del loro matrimonio.”
Tutti i personaggi del romanzo, in realtà, sono miopi di fronte alle esigenze dell’altro. Perseguono il proprio desiderio o interesse, indifferenti alle conseguenze delle loro scelte. Stella insegue la passione, Max il potere, Peter il controllo. Ognuno di essi contribuisce al tragico finale.
Patrick McGrath è figlio di uno psichiatra e crebbe in un “asylum” – titolo originale del romanzo, “manicomio” in inglese – raccogliendo il materiale che servirà a costruire i personaggi dei suoi romanzi: ognuno di essi con una personalità torbida che esprime, più o meno velatamente, un disturbo psichico. A questo si aggiunge la straordinaria abilità di tenere il lettore incollato alle pagine, mantenendo la suspense per tutto il romanzo pur senza colpi di scena eclatanti, ma facendo leva sull’inconfessabile attrazione per il macabro e il morboso che si cela in ognuno di noi.
















