Ameliè è una giovane ragazza belga che realizza il sogno di lavorare e vivere nel paese in cui è nata: il Giappone. Appena assunta dalla multinazionale Yamamoto per la conoscenza del francese e del giapponese, non desidera altro che integrarsi. Esegue dunque senza fiatare le assurde richieste dei superiori che vanno dal servire il caffè al fotocopiare migliaia di pagine finché non siano perfettamente centrate. Quando Ameliè ha finalmente l’opportunità di utilizzare le proprie competenze, sostituendo un collega nella stesura di un’analisi di mercato, coglie l’occasione senza anticiparne gli effetti disastrosi. Il lavoro è eccellente ma il suo gesto viene considerato dai superiori come sottrazione del lavoro altrui o persino “tentativo di sabotaggio dell’azienda”. A trovarlo imperdonabile è soprattutto la diretta responsabile di Ameliè, Fubuki Mori, che non accetta il rapido successo della giovane e non esita a denunciarla affinché paghi per la sua scorrettezza. Le punizioni si abbattono impietose e Ameliè passa da contabile a postina ad aggiornatrice di calendari, fino a diventare la “guardiana dei cessi”. Per la cultura giapponese, tuttavia, nessuna umiliazione è più grande di lasciare il posto di lavoro. Per questo Ameliè sopporta stoicamente ogni vessazione fino allo scadere naturale del contratto. Dopo quest’esperienza, lascerà il Giappone per sempre e pubblicherà il suo primo romanzo.
La malsana cultura del lavoro giapponese
L’omonimia tra l’autrice e la protagonista non è un caso. “Stupore e tremori” è un racconto parzialmente autobiografico che descrive il doloroso impatto con la cultura del lavoro giapponese: l’ossessione per la gerarchia e la forma, la malsana vocazione all’azienda. L’autrice descrive situazioni estreme che è facile liquidare come esagerazioni, mentre si basano su una realtà drammatica. I giapponesi, letteralmente, si uccidono di lavoro: non c’è limite alle ore di straordinario ed è impensabile alzarsi dalla scrivania prima del proprio capo. Esiste un termine specifico, “karoshi“, per indicare la morte dovuta al troppo lavoro, spesso a causa di infarto. Per non parlare dell’elevatissimo numero di suicidi attribuiti a situazioni lavorative, diecimila solo nel 2011. Per i giapponesi, infatti, il fallimento nel lavoro equivale a un’irrimediabile perdita dell’onore.
“Compresi una cosa importante: in Giappone, l’esistenza è l’azienda. I ragionieri che passavano dieci ore al giorno a ricopiare cifre erano ai miei occhi vittime sacrificate all’altare di una divinità priva di ogni grandezza e mistero. In eterno gli umili hanno dedicato la vita a realtà che li trascendevano: almeno, prima, potevano supporre di farlo per qualche ragione mistica. Adesso non possono più illudersi. Danno la vita per niente. Il Giappone è il paese con il più alto numero di suicidi, come tutti sanno. Per come la vedo io, mi stupisce che il suicidio non sia più frequente.”

Il ruolo della donna nella società nipponica
Il Giappone è il paese industrializzato con il più ampio gender gap (divario di genere): sono pochissime le donne a raggiungere posizioni di leadership nell’economia e nella politica. Ameliè Nothomb fa una descrizione accorata della donna giapponese, “costretta a indossare corsetti fisici e mentali fin dall’infanzia”, a rispettare rigidi precetti morali e ad abbandonare ogni illusione di felicità. Una donna che voglia fare carriera si trova lacerata tra l’esigenza di lavorare almeno quanto i suoi colleghi uomini per dimostrare il proprio valore e trovare marito entro i venticinque anni, pena la perdita del rispetto altrui. Per questo la signorina Mori, che è riuscita a scalare qualche gradino della scala gerarchica della Yumimoto con grandi sofferenze e sacrifici, non può tollerare che una giovane occidentale raggiunga la sua stessa posizione in pochi mesi. Questo fenomeno esiste realmente, si chiama “sindrome dell’ape regina” ed è stato rilevato in ogni paese con significativo divario di genere: le donne di successo che hanno subito il peso della discriminazione, tendono a essere molto più critiche degli uomini nei confronti delle colleghe giovani, finendo per ostacolarne la carriera piuttosto che incoraggiarla. Nelle società patriarcali, in altre parole, le donne sentono il bisogno di proteggere la propria posizione di autorità.

Lo stile unico di Ameliè
Nonostante ciò, quella della Nothomb non è una rancorosa denuncia del lato oscuro della cultura nipponica. In primo luogo, l’autrice utilizza l’ironia con una tale maestria da suscitare ilarità pur trattando temi difficili, come il mobbing o il suicidio. Ancora più stupefacente è l’empatia con cui Ameliè racconta le vessazioni subite, cercando di mettersi nei panni dei suoi aguzzini e di intuire le recondite ragioni del loro comportamento. Il suo più grande desiderio è di comprendere e abbracciare una cultura che ama, nonostante le sofferenze che le vengono inflitte. Con le parole di Charles Bukowski “trova ciò che ami e lascia che ti uccida“.