Lessico famigliare – Natalia Ginzburg

Tra un memoir e una biografia

“Lessico famigliare” – nella forma meno usata, con la g in mezzo – è un titolo che ricorre spesso quando si parla di letteratura italiana del ‘900. Da un punto di vista letterario e stilistico, Natalia Ginzburg compie un’operazione inedita: scrive un romanzo che non si può definire nè raccolta di memorie, nè autobiografia. “Luoghi, fatti e persone sono, in questo libro, reali“, scrive l’autrice nell’introduzione, Il racconto tuttavia non ha il rigore storico e cronologico delle memorie: gli avvenimenti si mescolano sulla linea temporale, sono filtrati dalla prospettiva dell’autrice e plasmati dal suo ricordo. Non si può nemmeno considerare un’autobiografia perchè la narratrice, Natalia, è presente solo marginalmente, come se non avesse mai avuto la tentazione degli autori di raccontarsi, mettendo nero su bianco il proprio vissuto e le proprie opinioni. A chiarire la questione arriva proprio l’autrice, sempre nell’introduzione: “Benchè tratto dalla realtà, penso che si debba leggerlo come se fosse un romanzo: e cioè senza chiedergli nulla di più nè di meno, di quello che un romanzo può dare“.

Vi presento i Levi

Protagonista del racconto è la famiglia Levi: i suoi componenti vengono rappresentati con vignette divertenti e descrizioni tra il serio e il faceto, ognuno di essi unico e riconoscibile per le espressioni e i modi di dire ripetuti talmente spesso da essere diventati un marchio di fabbrica. Il padre è un personaggio burbero e autoritario, ma profondamente affezionato ai propri figli. Non fa che utilizzare le espressioni “sbrodeghezzo” e “sempiaggine” per indicare i comportamenti sciocchi da cui si sente circondato. La madre, donna gaia e ottimista, intrattiene i figli con i racconti della sua famiglia, popolando la loro immaginazione di personaggi come “lo zio che chiamavamo il Barbisòn”, il quale aveva un naso talmente rosso da essere diventato un modo di dire “rosso come il Barbisòn”; o le tre zie chiamate “le beate” perchè molto devote. Per completare la rappresentazione intimistica e affettuosa dei suo genitori, Natalia racconta piccole abitudini come quella della madre di gettarsi sotto la doccia gelida appena alzata, con acuti gridolini di freddo e piacere, o quella del padre di mangiare lo yogurt fatto in casa, da lui chiamato “il mezzorado”. I fratelli, invece, vengono ricordati per le barzellette, i giochi di parole e le citazioni letterarie, come la sorella Paola innamorata di Proust.

L’essenza del legame familiare

Natalia Ginzburg sembra voler cogliere l’essenza di quell’entità così comune eppure inafferrabile che è la famiglia, individuandola nella rete di aneddoti, espressioni, modi di dire che lega i suoi componenti al ricordo di un passato comune.

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!” 

L’elite politica e culturale del ‘900

Lascia poi sbalorditi la quantità di personaggi chiave nel panorama politico, imprenditoriale e culturale dell’Italia del 900′, che ruota intorno alla famiglia Levi. Filippo Turati si nasconde più volte presso di loro sotto falsa identità – “vecchio, grande come un orso e con la barba grigia” , come ricordano gli occhi di bambina dell’autrice; Adriano Olivetti, diventato consuocero dei Levi dopo il matrimonio dei figli viene ricordato come un uomo distinto e altruista, pronto a dare un passaggio sulla sua macchina fiammante a un vecchietto incontrato per strada; il fisico Franco Rasetti, amico di famiglia con cui il padre Giuseppe condivideva la passione per la montagna. Nella seconda parte, quando Natalia è ormai una giovane adulta, fanno il loro ingresso le personalità che ruotano intorno ad una neonata ma promettente casa editrice: Luigi Einaudi, menzionato solo come “l’editore”, dal carattere timido che era riuscito a sfruttare a proprio vantaggio facendo passare i suoi silenzi per altere riflessioni; Cesare Pavese, uomo che non era “innamorato della vita”, impegnato in una lotta continua per scacciare la malinconia che lo attanagliava e lo porterà al suicidio.

“Lessico famigliare” è dunque un romanzo fresco e privo di sentimentalismi, scritto con uno stile semplice e fiabesco nella prima parte che si arricchisce di profondità psicologica nella seconda parte, con la maturazione della narratrice. A fine lettura, avremo la sensazione di essere davvero entrati in casa della famiglia Levi, ci sembrerà di sentire la voce tuonante di Giuseppe Levi e quella musicale di Lidia Tanzi. Infine, ci verrà voglia di immortalare il lessico della nostra famiglia, nel suo timbro unico e irripetibile.

Tre motivi per leggere “Novecento” di Baricco

1. Un personaggio indimenticabile

“Novecento” è narrato da un trombettista che si imbarca sul transatlantico Virginian per suonare nell’orchestra jazz. Lì viene a conoscenza di una storia incredibile: un uomo, abbandonato in fasce sul pianoforte a coda della prima classe, è cresciuto sul Virginian senza mai mettere piede a terra. Ventisette anni trascorsi tra la prua e la poppa di una nave. Anche il suo nome è fuori dal comune: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, o semplicemente Novecento. Proprio come il secolo appena iniziato. Prima di lui era soltanto un numero, adesso è un nome.

Come se ciò non bastasse, si tratta del più grande pianista di tutti i tempi. La sua musica è senza precedenti: sembra essere suonata a quattro mani e fatta da note mai sentite prima. 

Novecento guarda il mondo con occhi da bambino saggio, pieni di genuina meraviglia ma velati di tristezza. Avendo trascorso l’intera esistenza su una nave, ha vissuto una realtà di seconda mano, filtrata dai racconti dei passeggeri. Non comprende appieno la violenza o la rivalità che percorrono la terra. Quando il tronfio pianista Jelly Roll Morton si imbarca sul Virginian per sfidarlo a pezzi di jazz, Novecento è in prima fila, in lacrime di fronte alla toccante musica del suo avversario. Eppure Novecento ha una sua filosofia di vita che lo porta a compiere scelte drastiche come rifiutarsi di incidere la sua musica, di suonare altrove che in mare aperto e di mettere piede a terra. Il trombettista, il suo unico amico, non si da pace: “Novecento, perché non scendi da questa maledetta nave?”

La laggenda del pianista sull'oceano, Novecento, Baricco
Tratto dal film La leggenda del pianista sull’oceano

2. Un’idea quanto mai attuale

Non è che Novecento non abbia mai provato a scendere dal Virginian. Improvvisamente ha indossato il suo vestito buono ed ha cominciato a scendere la scaletta, solo per fare dietrofront e risalire a bordo. Lascio al meraviglioso monologo finale il compito di svelare i pensieri che lo fulminano mentre guarda New York dispiegarsi di fronte ai suoi occhi. Basti dire che Novecento viene colpito da paralisi della scelta: la vita “vera” presenta troppe possibilità che lui, nato e cresciuto su una nave, non può concepire. Come scegliere, tra le infinite possibili, una strada da percorrere, una donna da amare, una terra in cui stabilirsi? 

Insomma è quello che proviamo tutti di fronte alla homepage di Netflix. Scherzi a parte. E’ vero che negli ultimi dieci anni, la possibilità di scelta si è moltiplicata esponenzialmente e con essa le aspettative. Una selezione infinita di libri, musica, film, persino potenziali partner, è alla portata di un click. Secondo un articolo di Psychology Today il cervello umano può comparare in maniera efficiente solo cinque opzioni alla volta. Una scelta infinita crea sovraccarico cognitivo ed è fonte di stress: come faccio a scegliere un film su Netflix sapendo che, se solo cercassi per altri venti minuti, potrei trovarne uno migliore? L’imprenditore americano Patrick McGinnis ha chiamato questo fenomeno FOBO – Fear Of Better Option. Secondo McGinnis: “Per scegliere qualcosa dobbiamo lasciare andare l’alternativa ma abbiamo paura di dover rimpiangere la strada non intrapresa. Quindi potremmo anche decidere di non decidere affatto e lasciare tutte le opzioni aperte”. La FOBO, nella sua espressione estrema, porta ad abbandonare del tutto la scelta: chiudere Netflix dopo ore di angosciosa ricerca o, come fa Novecento, trascorrere l’intera esistenza una nave. Sconsiglio la seconda opzione.

3. Il godimento estetico: poesia e musica

Scegliere una citazione da “Novecento” è quasi impossibile. Sono sessantadue pagine di bellezza che raggiunge il suo picco nel monologo finale che potrei leggere e rileggere infinite volte. Le parole scorrono via come le note sotto le dita del protagonista.

L’unico elemento mancante? La musica. A questo provvede “La leggenda del pianista sull’oceano”, il film di Tornatore che aggiunge alle parole di Baricco le musiche di Ennio Morricone, di una bellezza struggente. Un capolavoro.

Il Colibrì di Sandro Veronesi

“ Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi d’essere sempre andati avanti alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati al mondo: per costoro il punto di partenza ed il punto di arrivo coincidono. Poi ce ne sono altri che invece pur stando fermi percorrono una strada lunga ed avventurosa perche` e` il mondo a scivolare sotto i loro piedi, e finiscono molto lontano da dove erano partiti: Marco Carrera era uno di essi. Ormai era chiaro: la sua vita aveva uno scopo. Non tutte le vite lo avevano, la sua lo aveva.”

Il Colibrì, Sandro Veronesi

Trama

Il Colibrì di Sandro Veronesi racconta la storia di Marco, un uomo ordinario: oculista, padre di famiglia. Fino a che la sua vita non viene sconvolta dalla visita dello psicoanalista di sua moglie, che rompe il segreto professionale per metterlo a parte di una verità sconvolgente. In realtà, sebbene il romanzo si apra con questo espisodio, non è il primo degli eventi dirompenti nella vita di Marco, travolto da passioni, lutti inidicibili e gioie inattese. Nonostante Marco aneli alla stabilità, ad una vita ordinaria. Eppure, radici profonde lo tengono ben saldo al suolo mentre si trova nell’occhio del ciclone, permettendogli di andare avanti, continuando a riempire la propia vita di significato.

Idee centrali

La resilienza – Ci sono eventi della vita che pensiamo di non poter affrontare. ”Ne morirei”. Rimarremmo sopresi dalle risorse di cui disponiamo per affrontarli e per continuare a vivere, senza abbandonarci alla deriva. Marco è un esempio di resilienza perchè, nel momento più buio, compie il passo fondamentale: cercare aiuto negli altri. Chiama il suo amico psicoanalista Carradori (si, sempre lui), il quale gli ricorda che non possiamo attribuire ad un fattore esterno la nostra ragione di vita. Non possiamo illuderci di vivere “per mia figlia’” o “per mio nipote”. Prima di essere di alcuna utilità agli altri, dobbiamo trovare in noi stessi l’energia vitale per andare avanti, attraverso i piccoli piaceri della vita, i piccoli gesti e le passioni che ci rendono chi siamo.

Il coraggio dell’immobilità – Veronesi lo dice chiaramente. Viviamo in un’epoca che venera il cambiamento: lottiamo ogni giorno per migliorarci, reinventarci ed evolvere. Ci trasferiamo, cambiamo lavoro frequentemente, cambiamo persino partner quando le cose sembrano non andare per il verso giusto…abbiamo bisogno di quella scarica di adrenalina che il cambiamento porta con sè, ed assuefatti dalla disponibilità pressoche infinita di ogni cosa. Spesso ignoriamo che anche per restare fermi, per mantenere una relazione, per trovare nuovi stimoli nel lavoro e nel contesto in cui viviamo, ci vuole grande sforzo ed inventiva. Proprio come il colibrì che spende grande energia per librarsi immobile nell’aria battendo le ali ad una velocità incredibile.

Personaggio memorabile

Marco Carrera – Nonostante la sua vita venga scandagliata in lungo e in largo, Marco non è mai descritto fisicamente, eccetto per la sua statura. Eppure emerge dalle pagine come una figura compiuta, una personalità a tutto tondo: integra, positiva e luminosa. Un uomo che impara dai propri errori e vive all’insegna di valori solidi, tra cui il rispetto degli altri e di sè stesso.

Consigliato?

Decisamente si.