Casa di bambola di Ibsen, la battaglia sul femminismo

“HELMER – E’ rivoltante. Così ti sottrai ai tuoi doveri più sacri?
NORA – Quali sarebbero secondo te i miei doveri più sacri?
HELMER – Devo dirtelo io? Non sono i tuoi doveri verso tuo marito e verso le tue creature?
NORA – Ho altri doveri che sono altrettanto sacri.
HELMER – Non è vero. Che altri doveri potrebbero essere?
NORA – I doveri verso me stessa.
HELMER – In primo luogo sei moglie e madre
NORA – Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto creatura umana al pari di te….o almeno voglio tentare di diventarlo. So bene, Torvald, che il mondo darà ragione a te e che qualcosa di simile si legge nei libri. Ma ciò che dice il mondo e ciò che si legge nei libri non può essere norma per me. Io stessa devo rifletterci e vederci chiaro nelle cose.”

Quando Casa di Bambola venne messo in scena nel 1879, provocò così tanto scalpore che gli inviti a cena venivano spesso accompagnati dalla nota: “Si prega di non menzionare Casa di Bambola!”. Ciò non impedì che continuasse ad accendere e polarizzare il dibattito pubblico, come tutte le opere che mettono in discussione lo status quo.

Ibsen, il flagello dei salotti borghesi

“Il mio progetto è di farmi fotografo. Farò posare davanti al mio obiettivo i miei contemporanei uno ad uno […]. Non risparmierò né il bambino nel ventre della madre, né un pensiero, né un’atmosfera nascosta nelle parole di nessuna anima, ogni volta che mi troverò in presenza di uno spirito che meriti la riproduzione.”

Non può sfuggire il tono vendicativo delle parole di Ibsen, amareggiato dalla fredda reazione della critica alle sue prime opere, in rima, inspirate all’epica e alla tradizione scandinava. Drammi dai titoli “Il tumulo del guerriero” o “Guerrieri a Helgeland”, che evocano già toni, ambientazione e probabilmente una noia mortale. Sguainata l’ascia di guerra, Ibsen accantona le atmosfere mitiche per intrufolarsi nei salotti della borghesia di inizio ottocento e fare una strage. 

I coniugi Helmer, le prime vittime

Il primo salotto a essere smantellato è quello dei coniugi Helmer. Nora e Torvald sembrano una coppia felice: Torvald ha da poco ottenuto un lavoro prestigioso e ricopre la giovane moglie di attenzioni e vezzi. Nora sembra una ragazzina gioiosa, passa le sue giornate ad accudire i figli e dedicarsi ai preparativi delle imminenti festività Natalizie. Un segreto getta un’ombra minacciosa sulla sua felicità: sette anni prima Nora ha salvato la vita del marito, indebitandosi per finanziare un viaggio in Italia prescritto dai medici. La situazione precipita quando Kristine, amica di infanzia di Nora, le chiede di intercedere presso il marito per trovarle un posto di lavoro. La posizione che Torvald le assegnerebbe è già occupata da Krogstand, il creditore di Nora, che la ricatta affinché convinca il marito a non licenziarlo. Poiché Nora fallisce, Krogstand invia una lettera a Torvald in cui rivela che Nora ha forgiato la firma del padre per ottenere il prestito. Nora aspetta l’apertura della lettera come la detonazione della bomba che demolirà il suo matrimonio, eppure una parte di sé spera ancora che Torvald riconosca la bontà del suo gesto e sia disposto non solo a perdonarla ma a sacrificarsi per lei, assumendosi tutte le colpe. La reazione del maritò non potrebbe essere più lontana dalle aspettative: Torvald si rivela un maestro di meschinità, pronto a ripudiare la moglie pur di difendere la propria reputazione. Nel bel mezzo della deflagrazione, arriva una seconda lettera di Krogstand che si dichiara pentito e consegna le prove dell’illecito di Nora. Il pericolo è passato, e Torvald è pronto a dimenticare tutto e andare avanti come se nulla fosse accaduto. Per Nora, invece, non è possibile ricostruire le apparenze. Si trova di fronte ad un estraneo, un uomo egoista e meschino, che la tratta come il suo grazioso giocattolo e che scopre di non amare. Nora realizza di essere sempre stata la bambola di qualcuno, prima del padre e poi del marito, e di non aver maturato un’opinione propria del mondo. Le esortazioni indignate di Torvald a ricordare i suoi doveri di madre e moglie non hanno alcun effetto: Nora abbandona la casa coniugale per intraprendere un viaggio alla ricerca di sé stessa, lasciando il marito tra le macerie del loro matrimonio.

Casa di Bambola rappresentazione al Teatro Regale di Copenaghen del 1879

Ibsen è riuscito nel suo intento di mettere a nudo le fondamenta di un tipico matrimonio borghese, mediamente felice. Alla fine del dramma è evidente che l’evento scatenante è solo il pretesto per rivelare il vero problema del matrimonio tra Nora e Torvald: un rapporto sbilanciato in cui il marito è un padre-padrone che apparentemente si prende cura della moglie ma in realtà controlla ogni suo gesto e pensiero. Fin dalle prime scene Torvald si rivela quale il maniaco del controllo che è: “risparmiarle tante seccature” è solo il pretesto per tenere in mano il potere assoluto della casa. Le battute finali poi sono un vero e proprio delirio di onnipotenza, in cui si erge come creatore ed educatore della moglie-bambola.

Nora, femminista o anti-femminista?

Se la critica è compatta nel giudizio sul Signor Helmer, si divide in due schieramenti opposti quando si parla di Norma: Il primo la erge a vessillo del femminismo e annovera tra le sue schiere celebri personaggi come Antonio Gramsci e George Bernard Shaw; il secondo la dipinge come una ragazzina capricciosa ed è composto prevalentemente da dotti critici come Roberto Alonge. 

Nel primo schieramento, Gramsci vede in Casa di Bambola un testo rivoluzionario, capace di trasformare l’istituto del matrimonio, nel quale la donna non è più solamente la “femmina che nutre i figli ma una creatura umana a sé, che ha una coscienza a sé, che ha dei bisogni interiori suoi, che ha una personalità umana tutta sua e una dignità di essere indipendente.” 

Interessante è la posizione di George Bernard Shaw che abbandona direttamente il campo di battaglia, sostenendo che le donne hanno già ottenuto la parità.“La donna ha abbandonato il proprio vestito da bambola e costretto il marito a scegliere tra fare a meno di lei o trattarla come essere umano, uguale a lui, riconoscendo in maniera piena di non essere una creatura superiore, l’Uomo che vive con una creatura di specie inferiore, la Donna, ma che l’umanità è uomo e donna e che la disparità dei sessi è letteralmente una sciocchezza”. Shaw probabilmente si riferiva solo al piano ideologico, ossia riconoscere pari dignità alle donne sulla carta, non a quello di fatto, che riguarda l’effettiva l’occupazione femminile o il divario salariale (pari al 23,7% in Italia ancora oggi, per inciso).

La critica moderna ha ribaltato la lettura femminista, sottolineando che Nora lascia il marito perché non si verifica il “miracolo” tanto atteso: che il marito riconosca la grandezza del suo gesto e si immoli per lei. Secondo Alonge, Nora è una donna che vive di apparenze: ha recitato per otto anni la parte della bambola e adesso veste i panni della femminista poco convinta. In realtà nella casa di bambole ci sta benissimo perché cerca una figura maschile pronta ad accudirla e “prendersi tutto sulle spalle”, perpetrando una forma ancora più decisa di patriarcato.

Casa di Bambola, un dramma universale o principalmente femminile? 

La critica antifemminista nasce dal fatto che Nora è un personaggio complesso: infantile e talvolta superficiale. Ha sempre vissuto sotto la campana di vetro del padre-padrone di turno, seguendo un percorso già tracciato senza porsi domande. Sebbene farei fatica a immaginare Nora tra le fila delle suffragette, non penso che la sua epifania si possa ridurre al “delirio di una mitomane, che una volta fatto il giro dell’isolato e finiti i soldi tornerà a casa”.

Ibsen dichiarò che il suo intento era quello di farsi portavoce non delle istanze femminili ma di ogni essere umano che ha il diritto di diventare sé stesso, come direbbe Nietzsche. Un dilemma così profondamente radicato nell’animo umano da essere sempre attuale. Come si dice in questo articolo del Guardian di qualche anno fa, lo affronta chiunque cerchi un equilibrio tra la propria individualità ed i ruoli di genitori e coniugi: “La famosa uscita di scena di Nora [lasciare casa e famiglia per lavorare e realizzare sé stessa] è qualcosa che la maggior parte dei genitori fa cinque volte al giorno”.

Sebbene sia un dilemma che coinvolge uomini e donne in ogni epoca, non possiamo negare che è molto più arduo per le donne, a cui è culturalmente assegnata la cura della casa, dei figli e degli anziani. Il lock-down lo ha messo in evidenza: basta leggere il dato OCSE sulla distribuzione tra uomini e donne di ore di lavoro non remunerate (includono cura della casa,dei figli e degli anziani). Lo scorso anno in Italia, le donne hanno impiegato circa cinque ore al giorno in queste attività, contro due ore degli uomini. Più del doppio, a sottolineare l’attualità delle parole di Nora: le donne sono in primo luogo mogli e madri mentre gli uomini sono prima di tutto esseri umani. 

Se intendiamo il femminismo come movimento che mette in discussione i ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne, le parole di Nora sono femministe nella più stretta accezione del termine.

Le opere d’arte d’altronde, non si limitano ad essere veicolo di un messaggio dell’autore ma assumono il significato più idoneo allo “spirito del tempo” o “zeitgeist”: il clima culturale di ciascuna epoca. In questo senso, Casa di Bambola è andata in una direzione diversa da quella concepita dall’autore: Ibsen voleva rivendicare un diritto universale dell’essere umano che, a prescindere del genere, ha il diritto di affermare sé stesso/a, ma ha finito per reclamare un diritto che gli uomini in gran parte già possiedono e che viene spesso negato alle donne.