La scomparsa di Majorana di Sciascia, la responsabilità morale della scienza

Sarebbe stato possibile evitare la strage di Hiroshima e Nagasaki? Quale fu la responsabilità morale degli scienziati che scoprirono la reazione nucleare e di quelli che la misero in pratica, costruendo la bomba atomica? Sono queste le domande poste da Sciascia con la sua ricostruzione del caso Majorana. 

Ettore Majorana era un giovane fisico nucleare, professore dell’università di Napoli, che scomparve misteriosamente nel 1938, all’età di trentadue anni. Sebbene la polizia archivi subito il caso come suicidio, Il corpo di Ettore non viene mai ritrovato. La famiglia si rifiuta di credere alla versione ufficiale e la madre del ragazzo arriva ad appellarsi a Mussolini, sollecitando le indagini con queste parole: “la serenità e la severità della sua vita e dei suoi studi permettono, anzi impongono, di considerarlo soltanto una vittima della scienza”.

Vittima della scienza. Questa è la chiave di volta dell’esposizione di Sciascia: Ettore è una duplice vittima della scienza. In primo luogo, in quanto “genio precoce”, per il quale la scienza è un “fatto di natura mentre per gli altri è un fatto di volontà”, qualcosa che subisce più che amare ed accogliere. Sciascia riporta una serie di aneddoti che lo confermano: la riluttanza nel pubblicare le proprie scoperte, le intuizioni scarabocchiate sui pacchetti di sigarette e poi cestinate, il rifiuto di parlare pubblicamente delle proprie scoperte. 

Majorana diventa poi vittima della scienza nel senso ultimo, ossia di rinuncia ad una vita ancora nel pieno della giovinezza e ad una carriera brillante, per far perdere le proprie tracce e – si vocifera – ritirarsi in un convento. L’ipotesi di Sciascia è che il giovane ricercatore  vide qualcosa tra le teorie scarabocchiate su ogni superficie, una rivelazione che lo terrorizzò a tal punto da abbandonare ogni cosa. Lo stesso Enrico Fermi, lo scienziato considerato il padre dell’era nucleare, riconosce la genialità di Majorana. Cosa esclude che, data la sua prodigiosa intuizione, sia riuscito a mettere insieme i punti delle ricerche sul nucleare condotte fino a quel momento per profetizzare un esito di distruzione e morte? 

“Il portare la scienza come parte di sé, come funzione vitale, come misura di vita, doveva essergli di angoscioso peso; e ancor di più nell’intravedere quel peso di morte che sentiva di portare oggettivarsi nella particolare ricerca e scoperta di un segreto della natura: depositarsi, crescere, diffondersi nella vita umana come polvere mortale.”

Quella di Sciascia non è verità storica né pretende di esserlo. Eppure Sciascia rende realistica la narrazione utilizzando tutti gli strumenti di indagine a sua disposizione: testimonianze, lettere, aneddoti. Il lettore non può che lasciarsi sedurre dalla narrazione – costellata da riferimenti letterari alla Divina Commedia e Shakespeare – e dallo stile elegante ed enfatico. Ecco la formula per rendere un saggio di cinquanta pagine un’opera di letteratura: la potenza delle idee e la bellezza dello stile. Sciascia tocca temi complessi, senza dare risposte dall’alto della sua statura autoriale, ma sollevando domande fondamentali. 

Qual’è la responsabilità morale della ricerca scientifica? 

Robert Oppenheimer, lo scienziato a capo del laboratorio di Los Alamos dove venne progettata la bomba atomica, disse che: “La ragione per cui abbiamo portato a termine questo lavoro era un’organica necessità. Se sei uno scienziato non puoi fermare un processo simile…pensi che sia giusto scoprire come funziona il mondo; che sia giusto consegnare all’umanità un maggior controllo della realtà per gestirla secondo i le sue caratteristiche“.

In questa pubblicazione intitolata “The Scientific Tragedy of the Atomic Bomb”, l’autrice riconosce che la scoperta scientifica ha un valore in sé, appunto scoprire come funzione il mondo. Nè  gli scienziati possono essere responsabili di ogni applicazione delle loro scoperte. Tuttavia, questa impunità morale nel nome della scienza non può essere valida per le scoperte scientifiche che potrebbero diventare armi di distruzione di massa. Dal racconto di Sciascia, Ettore Majorana decide di non contribuire ad una ricerca scientifica di cui intuisce le conseguenze disastrose per l’umanità: sente il peso, insostenibile, della propria responsabilità morale di scienziato. Il suo gesto non è codardia ma rivendicazione della propria libertà individuale, non come ricercatore ma come uomo dotato di una propria coscienza e scala di valori.

“Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero – il che verrebbe a limitare la questione alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano e questi invece avevano – ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni (la cui più che possibile inosservanza avrebbe almeno attenuato la loro responsabilità), la consegnarono ai politici e ai militari.”

Come giustificarono le loro azioni coloro che progettarono la bomba atomica? Provarono rimorso?

Gli scienziati del “Progetto Manhattan” non si limitarono a progettare e costruire la boma atomica, individuarono anche le città giapponesi con le caratteristiche migliori per causare la massima distruzione possibile, per dimensione, chilometraggio, numero di case di legno… Sapevano benissimo che lo scopo ultimo del loro lavoro era l’uccisione programmata di migliaia di persone.

Secondo Sciascia, il rapporto tra Oppenheimer ed i militari a capo del progetto poteva paragonarsi a quello tra gli ebrei e gli ufficiali nazisti nei campi di concentramento. Pur senza compassione, sostiene che “Oppenheimer è uscito da Los Alamos annientato quanto un prigioniero collaborazionista del campo di sterminio di Hitler“. C’è una seconda, pericolosa, retorica che spiega il comportamento di questi scienziati: il paradosso dell'”uccidere per salvare vite”. La convinzione cioè di compiere un’azione umanitaria radendo al suolo due città e sacrificando duecentomila persone inermi, pur di salvarne un numero indeterminato mettendo fine alla guerra. Richard Garwin, scienziato che collaborò al Progetto Manhattan dichiarò che “nessuna dimostrazione avrebbe potuto portare alla fine del conflitto mondiale senza la bomba atomica”. 

La scomparsa di Ettore Majorana, Leoardo Sciascia, bomba atomica

A quasi un secolo di distanza, quali sono gli effetti su larga scala del nucleare?

Dopo ottant’anni dalla scomparsa di Majorana, le armi nucleari giocano un ruolo fondamentale per gli equilibri internazionali e molti ritengono che siano un deterrente allo scoppio di conflitti tra i paesi. Eppure, in questo articolo di Aeon, l’autore sostiene che non ci sono prove del fatto che il nucleare sia stato efficace in tal senso né che lo sarà in futuro. Inoltre, i rischi  sono molto più alti dei supposti benefici: l’uso non autorizzato o irrazionale (immaginiamo un presidente degli Stati Uniti che mostra segni di instabilità mentale e che può, in ogni momento, spingere il bottone rosso), falsi allarmi o addirittura incidenti. 

La battaglia morale combattuta in silenzio da Ettore Majorana potrebbe essere un’invenzione letteraria di Sciascia, ma le domande sugli effetti del nucleare sono reali e rimarranno fondamentali nel dibattito pubblico fino a che perduri la convinzione che la pace tra le nazioni non si basa sulla cooperazione ma sulla minaccia di distruzione reciproca.