Non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
— Italo Calvino.
Poco tempo fa un amico mi ha domandato “A cosa serve leggere romanzi? Io leggo solo saggi che danno consigli utili, da mettere in pratica nella vita quotidiana e nel lavoro. Se ho voglia di svagarmi con una storia, guardo un film o una serie tv.” Sul momento la domanda mi ha lasciata senza parole: non immaginavo che qualcuno potesse considerare inutile una delle attività che amo di più al mondo. Riflettendoci, mi sono resa conto che leggere romanzi non è solo estremamente piacevole ma ha anche un impatto profondo sul nostro modo di essere.
Leggere prepara alla vita
Il nostro cervello è una macchina produttrice di ipotesi: non fa altro che generare migliaia di simulazioni al minuto e solo una piccolissima parte di esse emerge a livello conscio. Ciò vale per tutte le piccoli e grandi scelte quotidiane: non siamo consapevoli di tutti gli scenari che abbiamo valutato prima di compierle. Quando leggiamo di avvenimenti emotivamente forti, come l’innamoramento o il lutto, li viviamo nella nostra mente ed incameriamo quelle suggestioni. In questo modo leggere prepara alla vita: aiutandoci ad inserire nella nostra cassetta degli attrezzi interiore le strutture mentali e gli schemi valoriali per affrontare gli avvenimenti futuri. Il vantaggio è che lo facciamo nel “safe-space” dell’immedesimazione letteraria, piuttosto che nella giungla della realtà. Quest’argomentazione potrebbe sembrare debole ad una persona estremamente pragmatica, perché è impossibile ricollegare le reazioni emotive di oggi ad un libro letto dieci anni prima. Eppure, quando rileggiamo a distanza di anni un libro per noi significativo, determinate scene fanno risuonare le nostre corde interiori, a riprova dell’impatto che quell’esperienza indiretta ha avuto su di noi.
Leggere educa alle emozioni
Un aspetto fondamentale dell’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere le emozioni altrui. Non è affatto scontato che un individuo riesca a cogliere ed interpretare la sofferenza o la felicità dell’altro, gli autistici non sempre riescono a farlo. Ciò sarebbe dovuto ad una carenza nelle abilità sociali che permettono di leggere istintivamente gli altri e capire se sono arrabbiati o felici dalla loro espressione e dal linguaggio del corpo, semplificando, di “mettersi nei panni altrui”. L’autismo è un disturbo dai contorni così sfumati che l’aggettivo autistico viene attribuito anche ad individui che di certo autistici non sono, per indicare un certo grado di chiusura verso gli altri e la difficoltà nel leggerne le emozioni.
I romanzi sono l’espressione nero su bianco di emozioni. Leggendo ne scopriamo l’infinita gamma, impariamo a nominarle e a riconoscerle. Ma c’è un elemento ulteriore: quando leggiamo, a differenza di altre forme di intrattenimento come guardare un film, viviamo in maniera molto più personale gli avvenimenti. Li immaginiamo nella nostra mente, attribuendovi contorni e sfumature che derivano dalle esperienze passate e in generale da tutte le informazioni immagazzinate nella memoria. Questo imprinting emotivo non può che accrescere l’empatia di ciascuno di noi, ossia la capacità di vivere come proprie le emozioni altrui. Anche se in modo imprevedibile dunque, leggere arricchisce il nostro mondo interiore: ci rende più empatici, compassionevoli ed aperti agli altri.
Doverosa postilla
Queste caratteristiche non si applicano a tutti i libri con la stessa intensità. Di certo valgono per quei libri che hanno resistito alla prova del tempo, in quanto hanno colto una o molte sfaccettature dell’essenza più profonda dell’uomo. Quei libri che riescono a parlarci e a farci emozionare anche a secoli di distanza e indipendentemente dalla provenienza geografica e culturare dell’autore. Mi viene sempre in mente uno dei primi classici al mondo: l’Iliade, composta intorno al VI secolo a.c. da un uomo vissuto probabilmente in Asia Minore, eppure una miniera di figure così profondamente umane che ognuno di noi può ritrovarsi nel dolore lancinante di Achille che perde il suo amico Patroclo o nella disperazione di Andromaca che saluta il marito Ettore prima della battaglia, consapevole che potrebbe essere il loro ultimo incontro. Solo alcune grandi opere riescono a compiere la magia: coinvolgerci in maniera così personale da cambiarci in modi imprevedibili.
Secondo questo articolo del Guardian ciò sarebbe dovuto al fatto che determinate storie richiedono una lettura “attiva”, in quanto il lettore non è guidato passo passo nell’interpretazione ma deve fare un passo in più e colmare gli spazi lasciati dall’autore. Se i romanzi di Sophie Kinsella mandano un messaggio chiarissimo: la protagonista ama fare shopping ed ha mille problemi di cuore, le storie di Borges in Finzioni sono tutt’altro che facilmente afferrabili e lasciano uno spazio interpretativo che ogni lettore colmerà in modo unico, riflettendovi la propria personalità.
Anche se questi effetti possono suonare astratti, sono convinta, parafrasando Calvino, che saremo persone migliori dopo aver letto i Classici che prima di averli letti.