Cecità di José Saramago

“Questo signore è colpevole della nostra infelicità. Stia calmo, in un’epidemia non ci sono colpevoli, ci sono soltanto vittime”.

“Siamo talmente lontani dal mondo che fra poco cominceremo a non sapere più chi siamo, neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo, e a che scopo, a cosa ci sarebbero serviti i nostri nomi, nessun cane ne riconosce un’altro, o si fa riconoscere, dal nome che gli hanno imposto, è dall’odore che identifica o si fa identificare, noi, qui, siamo come una razza di cani, ci conosciamo dal modo di abbaiare, di parlare, il resto, i lineamenti, colore degli occhi, della pelle o dei capelli, non conta, è come se non esistesse”

Cecità, José Saramago

Trama

Un uomo sta aspettando che scatti il semaforo verde quando, improvvisamente, il nulla. Bianco totale. Si tratta del primo caso di una misteriosa epidemia di cecità bianca che si diffonde gradualmente ma inesorabilmente. I mezzi di trasporto vengono abbandonati nelle strade deserte, i governi cercano di introdurre delle misure di contenimento e diffondono notizie false per arginare il panico. Solo alcuni immagini di quello che succede nel mondo perché la pandemia, in realtà, è l’espediente letterario per sondare il vero protagonista del racconto: l’animo umano. Seguiamo le vicende un manipolo di individui, i “primi ciechi”, isolati coercitivamente in un manicomio abbandonato: i primi tentativi di costituire una comunità, tramite regole consensuali di convivenza per mantenere l’ordine ed il rispetto di sé e degli altri; e poi l’innescarsi delle dinamiche dinamiche del potere, della sopraffazione, della violenza ingiustificata, in un’escalation di orrore che non lascia spazio ad un’idea di umanità portatrice di valori positivi.

Temi principali

La perdita di identità individuale Il primo gesto che i “nuovi ciechi” compiono per vivere in comunità è quello di identificarsi. Spontaneamente però, nessuno si presenta per nome ma con il proprio ruolo: medico, tassista, commesso. In un mondo in cui i sembianti non esistono più, i nomi propri sembrano perdere valore, mentre i tratti stereotipati associati ai ruoli sociali consentono di orientarsi e fare ipotesi sui comportamenti e le capacità degli individui. Ma anche questa forma di identificazione non è destinata a durare: in un microcosmo di ciechi, cosa importa essere un oculista o un commesso? Senza più bussole, gli elementi fondanti della personalità individuale svaniscono uno dopo l’altro: aspetto, nome, ruolo… fino a ridurre gli uomini ad una condizione animalesca.

La coscienza moraleAll’inizio del racconto, l’autore sembra suggerire che la coscienza morale sia insita nell’uomo, che sarebbe dunque in grado di distinguere giusto e sbagliato, anche al di fuori dalla società e dal sistema di regole che giudicano i comportamenti. Perché allora, nella comunità di ciechi di Saramago, l’ingiustizia e la violenza dilagano? 

Lo sguardo altrui ci rende responsabili. Se nessuno può vederci, puntare il dito, chiamarci a rispondere delle nostre azioni, di cosa saremmo capaci? Dipende dalla bussola morale di cui ciascuno di noi è dotato ed, in effetti, quando valutiamo le nostre azioni, immaginiamo spesso lo sguardo giudicante degli altri: “se mi vedesse mia madre!”. Nel racconto di Saramago sono in pochi ad esserne dotati, prevalgono infatti i mascalzoni, che traggono vantaggio dalla nuova impunità, partendo da piccoli furti per arrivare a prevaricazioni ben peggiori. 

Personaggi memorabili

“La moglie del medico” è l’unico personaggio misteriosamente immune dalla cecità, tramite i suoi occhi sappiamo ciò che realmente accade nel manicomio dei ciechi: il degrado, i gesti silenziosi, il lerciume. Inizialmente non prova che vergogna e senso di colpa: lei può osservare gli altri, ma questi sono inconsapevoli del suo sguardo, indifesi. Come Dante che, nel purgatorio, distoglie pudicamente lo sguardo dagli invidiosi con gli occhi cuciti con il fil di ferro, sembrandogli oltraggioso “veggendo altrui, non essendo veduto”. Poi cerca di aiutare i compagni ma quando la comunità di ciechi si moltiplica, prevale l’autoconservazione: se il suo segreto venisse scoperto “diventerei la serva di tutti, o peggio, la schiava di pochi”. Coloro che possono vedere ed orientarsi nel mondo sono la risorsa scarsa e, come ogni risorsa scarsa, viene accaparrata dai potenti. Esattamente quello che succede alle uniche donne fertili nel mondo distopico de Il Racconto dell’Ancella, che vengono assegnate ai potenti come strumento di riproduzione. Poter vedere diventa infine una condanna. “A cosa mi serve vedere. Le era servito per sapere dell’orrore più di quanto avesse mai potuto immaginare, le era servito per desiderare di essere cieca nient’altro che questo”.

Consigliato?

Lo stile di Saramago è davvero peculiare, non utilizza le virgolette né va mai a capo. Leggere il suo romanzo è letteralmente scalare un muro di parole ed anche dal un punto di vista dei temi trattati richiede un certo sforzo. La genialità delle idee ed il modo brillante con cui vengono espresse, ripagano abbondantemente.

I modi in cui leggere ti cambia la vita

Non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.

— Italo Calvino.

Poco tempo fa un amico mi ha domandato “A cosa serve leggere romanzi? Io leggo solo saggi che danno consigli utili, da mettere in pratica nella vita quotidiana e nel lavoro. Se ho voglia di svagarmi con una storia, guardo un film o una serie tv.” Sul momento la domanda mi ha lasciata senza parole: non immaginavo che qualcuno potesse considerare inutile una delle attività che amo di più al mondo. Riflettendoci, mi sono resa conto che leggere romanzi non è solo estremamente piacevole ma ha anche un impatto profondo sul nostro modo di essere.

Leggere prepara alla vita

Il nostro cervello è una macchina produttrice di ipotesi: non fa altro che generare migliaia di simulazioni al minuto e solo una piccolissima parte di esse emerge a livello conscio. Ciò vale per tutte le piccoli e grandi scelte quotidiane: non siamo consapevoli di tutti gli scenari che abbiamo valutato prima di compierle. Quando leggiamo di avvenimenti emotivamente forti, come l’innamoramento o il lutto, li viviamo nella nostra mente ed incameriamo quelle suggestioni. In questo modo leggere prepara alla vita: aiutandoci ad inserire nella nostra cassetta degli attrezzi interiore le strutture mentali e gli schemi valoriali per affrontare gli avvenimenti futuri. Il vantaggio è che lo facciamo nel “safe-space” dell’immedesimazione letteraria, piuttosto che nella giungla della realtà. Quest’argomentazione potrebbe sembrare debole ad una persona estremamente pragmatica, perché è impossibile ricollegare le reazioni emotive di oggi ad un libro letto dieci anni prima. Eppure, quando rileggiamo a distanza di anni un libro per noi significativo, determinate scene fanno risuonare le nostre corde interiori, a riprova dell’impatto che quell’esperienza indiretta ha avuto su di noi.

Leggere educa alle emozioni

Un aspetto fondamentale dell’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere le emozioni altrui. Non è affatto scontato che un individuo riesca a cogliere ed interpretare la sofferenza o la felicità dell’altro, gli autistici non sempre riescono a farlo. Ciò sarebbe dovuto ad una carenza nelle abilità sociali che permettono di leggere istintivamente gli altri e capire se sono arrabbiati o felici dalla loro espressione e dal linguaggio del corpo, semplificando, di “mettersi nei panni altrui”. L’autismo è un disturbo dai contorni così sfumati che l’aggettivo autistico viene attribuito anche ad individui che di certo autistici non sono, per indicare un certo grado di chiusura verso gli altri e la difficoltà nel leggerne le emozioni.

I romanzi sono l’espressione nero su bianco di emozioni. Leggendo ne scopriamo l’infinita gamma, impariamo a nominarle e a riconoscerle. Ma c’è un elemento ulteriore: quando leggiamo, a differenza di altre forme di intrattenimento come guardare un film, viviamo in maniera molto più personale gli avvenimenti. Li immaginiamo nella nostra mente, attribuendovi contorni e sfumature che derivano dalle esperienze passate e in generale da tutte le informazioni immagazzinate nella memoria. Questo imprinting emotivo non può che accrescere l’empatia di ciascuno di noi, ossia la capacità di vivere come proprie le emozioni altrui. Anche se in modo imprevedibile dunque, leggere arricchisce il nostro mondo interiore: ci rende più empatici, compassionevoli ed aperti agli altri.

Doverosa postilla

Queste caratteristiche non si applicano a tutti i libri con la stessa intensità. Di certo valgono per quei libri che hanno resistito alla prova del tempo, in quanto hanno colto una o molte sfaccettature dell’essenza più profonda dell’uomo. Quei libri che riescono a parlarci e a farci emozionare anche a secoli di distanza e indipendentemente dalla provenienza geografica e culturare dell’autore. Mi viene sempre in mente uno dei primi classici al mondo: l’Iliade, composta intorno al VI secolo a.c. da un uomo vissuto probabilmente in Asia Minore, eppure una miniera di figure così profondamente umane che ognuno di noi può ritrovarsi nel dolore lancinante di Achille che perde il suo amico Patroclo o nella disperazione di Andromaca che saluta il marito Ettore prima della battaglia, consapevole che potrebbe essere il loro ultimo incontro. Solo alcune grandi opere riescono a compiere la magia: coinvolgerci in maniera così personale da cambiarci in modi imprevedibili.

Secondo questo articolo del Guardian ciò sarebbe dovuto al fatto che determinate storie richiedono una lettura “attiva”, in quanto il lettore non è guidato passo passo nell’interpretazione ma deve fare un passo in più e colmare gli spazi lasciati dall’autore. Se i romanzi di Sophie Kinsella mandano un messaggio chiarissimo: la protagonista ama fare shopping ed ha mille problemi di cuore, le storie di Borges in Finzioni sono tutt’altro che facilmente afferrabili e lasciano uno spazio interpretativo che ogni lettore colmerà in modo unico, riflettendovi la propria personalità.

Anche se questi effetti possono suonare astratti, sono convinta, parafrasando Calvino, che saremo persone migliori dopo aver letto i Classici che prima di averli letti.