La prima volta che ho letto Anna Karenina tifavo per la coppia Anna e Vronsky, per il loro amore contrastato che sfida le convenzioni dell’ipocrita società russa. La loro storia rispondeva all’ideale romantico dell’amore che trionfa su ogni ostacolo. Rileggendolo a distanza di qualche anno, mi sono resa conto che un’altra coppia rappresenta l’anima buona del romanzo, un modello da prendere come esempio ed ispirazione.
La passione di Anna e Vronsky
Anna è una donna dell’alta società, sposata con un famoso statista di vent’anni più vecchio di lei. Non ama il marito, ma non compiange sé stessa né la propria vita, lo accetta come un dato di fatto. Tutto cambia quando incontra il giovane ufficiale Vronsky: non può fare a meno di notare tutto il grigiore del rapporto con il marito, un uomo freddo ed analitico che non potrebbe avere una personalità più distante dalla propria, passionale e vivace. Innamorarsi di Vronsky sembra inevitabile, come se una forza irresistibile la trascinasse verso di lui. Vronsky dal canto suo immagina la relazione con Anna come l’apice della propria felicità: “Io non posso pensare a voi e me separatamente. Voi e io per me siamo una cosa sola. E non vedo per l’avvenire possibilità di tranquillità né per me né per voi. Vedo la possibilità della disperazione, della sventura…oppure vedo la possibilità della felicità, quale felicità!”

L’innamoramento di Anna e Vronsky rispecchia l’idea del “falling in love”, “cadere in amore” o meglio nell’abisso della passione. Anna finisce per rinunciare a tutto – posizione sociale, famiglia, persino al suo amato figlio – facendo di Vronsky la sua unica ragione di vita. Il loro amore si fonda sull’attrazione sessuale e si nutre di emozioni che bruciano intensamente ma si spengono in fretta. Vronsky ed Anna non si migliorano l’un l’altro, si limitano a possedersi. Ed ecco che il mito Platonico di ricerca della metà perduta si rivela in tutta la sua limitatezza: fondersi l’uno nell’altro non significa completarsi ma perdere la propria libertà ed individualità.
La dolcezza di Levin e Kitty
Una storia ben diversa è quella di Levin e Kitty. Se Vronsky è un giovane affascinante e spigliato in società, Levin è un aristocratico di campagna, introverso e goffo. Kitty cade facilmente preda delle attenzioni del primo, illudendosi che l’ufficiale voglia chiederla in sposa quando, in realtà, si tratta di un banale flirt da salotto. Ben presto si rende conto di aver rifiutato un uomo sincero e dai sentimenti profondi, che potrebbe renderla felice. Adesso che Kitty lo ricambia i due si sposano e l’ideale romantico sembra finalmente trionfare. Il matrimonio però non è il lieto fine ma l’inizio di un faticoso percorso di crescita ed evoluzione di due individui che si sforzano di conoscersi nel profondo, di capire cosa è importante per l’altro, di trovare i valori che li accomunano e quelli che li differenziano.
Nel suo libro “L’arte di Amare” lo psicologo Erich Fromm sostiene che, affinché l’amore abbia futuro, le coppie devono passare dal “falling in love” allo “standing in love”, ossia dal cadere nell’amore allo stare in piedi, insieme. Da un gesto passivo ad uno attivo che richiede sforzo ed impegno. Lo psicologo israeliano Aaron Ben-Ze’ev spiega questo passaggio in un articolo pubblicato su “Aeon”, facendo una distinzione tra intensità amorosa e profondità amorosa: mentre la prima si basa sull’attrazione sessuale e sulla forza delle emozioni, la seconda si nutre di esperienze di vita che durano nel tempo ed aiutano gli individui a migliorarsi e realizzarsi. La profondità amorosa si basa anche sulla complessità: quanto più la personalità del partner è profonda e sfaccettata, quanto più il sentimento resiste quando la passione è svanita.

Nel caso di Levin e Kitty, i due condividono esperienze che li temprano, come la malattia e la morte del fratello di Levin, che Kitty cura con abnegazione dimostrando tutta la forza dell’amore per il marito. Per di più, Levin non potrebbe avere una personalità più complessa e sfaccettata: è un uomo che si interroga costantemente sul senso della vita, su Dio e la natura dell’animo umano. Al contrario del superficiale Vronsky che segue le proprie passioni incurante di cosa è giusto o sbagliato o dell’effetto che le sue azioni potranno avere su chi lo circonda.
Due modi diversi di affrontare la realtà
Anche l’amore profondo però si scontra con l’ideale romantico: sia Vronsky che Levin fanno i conti con una realtà che si rivela diversa da come l’avevano immaginata.
Vronsky si ritrova di fronte alle braci di una passione ormai spenta. Una volta realizzato il desiderio di dividere la propria vita con Anna, si rende conto che la felicità si trova nel passato: nel corteggiamento, nell’attesa. Guarda Anna come “un uomo guarda un fiore che ha strappato, già tutto appassito, in cui riconosce con difficoltà la bellezza per la quale l’ha strappato e distrutto”.
Anche Levin affronta l’impatto con la realtà quando i primi mesi del matrimonio con Kitty trascorrono fra scontri e litigi. Levin realizza che il suo impegno consapevole è fondamentale affinché la vita coniugale funzioni. “Ad ogni passo provava quel che deve provare un uomo che, dopo aver ammirato il dolce filare di una barchetta su un lago ci si siede sopra. Così si accorge che non basta stare seduti quieti, senza buttarsi di qua o di là, ma occorre aver sempre presente che sotto la barca c’è l’acqua, e non si dimentica mai dove vuole andare; e bisogna remare, e le braccia non abituate si indolenziscono; e insomma a guardar la cosa da lontano, tutto sembra facile, ma se uno si mette a farla, appare molto difficile, anche se gradevolissima”.
La storia di Levin e Kitty non sarà passionale o travolgente come quella di Anna e Vronsky ma rivela come innamorarsi sia solo il primo passo, quello più facile e spontaneo. La vera sfida è quella di resistere all’impulso di dominare l’altro o vivere in simbiosi, costruendo un rapporto in cui due entità ben distinte si arricchiscono a vicenda.